carta tra le dita

Leggo molto. Libri sicuramente, ma quotidiani e riviste sono parte della mia giornata. In borsa non manca mai un libro e qualche rivista o periodico. E le edicole insieme alle librerie sono luoghi che finiscono per attirarmi e mentre cammino mi fermo a guardare cosa c’è esposto, a volte mi diverto a chiedere agli edicolanti -poveri disgraziati che subiscono le mie manìe- se quella rivista è uscita oppure no, tanto per sondare se è una edicola fornita, che ci tiene ed è anche un modo per sapere (insieme ad altri indicatori) chi vive in quel quartiere.

Sono tra quelli che impazzisce per la carta, e che s’innamora per la grafica di quello che leggo. E la soppeso. Come vengono impaginate le foto (Internazionale docet), quali caratteri utilizzano (i migliori e gradevoli continuano ad esser quelli del The New Yorker), come sono suddivise le rubriche e se tra queste c’è la posta dei lettori, che è una delle cose che leggo subito.

Mi piace anche ricevere in abbonamento quelle riviste senza distribuzione, e mi piace rientrare o uscire di casa, allungare occhio e mano verso la cassetta della posta. C’è poi il rito dell’involucro o dello sfogliamento. Tra le dita, nuova, aspetto il momento, l’autobus, il riposo o altro per aprirla e scorrere articoli e argomenti. In testa intanto si forma quella scaletta ideale, rispettata o tradita che seleziona cosa leggere e cosa gustare dopo. Come per i libri, le annuso per gustarmi il diverso odore d’inchiostro e carta che ognuna porta. Molte le conservo. Molte le ho amate, altre le ho abbandonate. Di alcune mi sono pentito di essere tra gli abbonati (Avvenimenti, Linus). C’è chi ha chiuso e chi va avanti con orgoglio da tanti anni.

In rete a volte faccio un rapido giro per sapere tra i miei acquisti cosa troverò nel sommario (non tutto sempre compro). E quando la novità, la sovrapposizione, e certe pretese finiranno si tornerà alla “vecchia” tecnologia sempre nuova: la carta.

A parte la scomodità di stare a leggere concentrati sullo schermo (beato chi ci riesce), la carta non ha bisogno di pile e di prese elettriche. La porti ovunque e puoi sfilarla dalla borsa quando hai un attimo, metterla in una tasca della giacca per avere le mani libere. Leggi ovunque, ripieghi, apri, sgualcisci, conservi. La rivista su carta insomma vale la pena.

Fanno parte dei miei acquisti (più o meno) abituali:

- Servitium (quaderni di ricerca spirituale): fondata da David Maria Turoldo.

- LO STRANIERO (arte, cultura, scienza, società): fondata da Goffredo Fofi.

- La nuova ecologia: mensile di Legambiente.

- Le Scienze: edizione italiana dello Scientific American.

- JESUS

- CASAENERGIA

Per ovvie ragioni tralascio (basta vedere la categoria e la pagina  dedicata per capire)  il discorso sulla rivista UNA CITTÀ

Una Risposta a “carta tra le dita”

  1. ubik Dice:

    tanto per integrare:
    Il futuro del libro

    “Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio.”

    Così Umberto Eco nell’esergo della conversazione a quattro mani (o due lingue?) con Jean-Claude Carrière (Non sperate di liberarvi dei libri, a cura di Jean-Philippe de Tonnac, Bompiani, 2009).

    Eruditi, bibliofili, filologi, storici del pensiero, affabulatori: come possiamo definire Eco e Carrière che divagano per ore intorno al tema, dimostrando quello che già il titolo enuncia e dimostra, che dei libri noi (loro?!) non si può (non possono) né si deve (debbono) fare a meno, perché sono, più che indispensabili, ineliminabili?
    Una affabulazione colta e raffinata, ‘difficile’ e coinvolgente al tempo stesso; una miniera di citazioni ‘dotte’ e di considerazioni ‘lapalissiane’, di riferimenti a volte ‘criptici’ ma sempre ‘godibili’, tutti avvolti intorno al tema centrale (“Riusciranno i mezzi elettronici a sostituire il libro?”).

    Naturalmente no, è la risposta ovvia, perché i mezzi elettronici risentono della tecnologia, di tutta la tecnologia, e sono, quasi per definizione, deperibili e sostituibili (molto gustoso l’aneddoto che racconta dello studioso che, per raccogliere tutto in forma elettronica, era finito per avere in casa diciotto computers e programmi relativi per non essere messo fuori gioco dai progressi dell’informatica).

    Cosa si può fare quindi quando o se il black out spegnerà, insieme alle luminarie e ai frigoriferi, anche tutti i computers? Quando anche l’ultima batteria si sarà esaurita? Come si attiverà la nostra memoria delle cose? È semplice: prenderemo un libro, lo apriremo, e leggeremo quello che nemmeno il più inesorabile dei black out ha potuto cancellare. Toccheremo la carta con cura religiosa, feticistica a volte, staremo attenti alle pieghe della legatura, ci fermeremo sul disegno dei caratteri e delle figure. Ci faremo trascinare nel vortice delle idee, dei racconti, delle parole che là sono conservate.

    Verremo a sapere, come ci racconta la prefazione al libro di Eco e Carrière “che i polli ci hanno messo un secolo ad imparare a attraversare la strada, oppure che la nostra conoscenza del passato è dovuta “a dei cretini, degli imbecilli o degli avversari”. Godremo insomma “della furia letteraria di due appassionati che ci trascinano in una folle girandola” di fatti, notizie, riflessioni.

    Una conversazione geniale, divertente, appassionante. Da non perdere assolutamente per chi ama i libri. Tanto chi i libri non li ama ha già deciso, a priori, che anche questo è un libro che non deve essere letto.

Lascia un commento