
“La domenica degli italiani” è il pranzo in famiglia, la banda di paese, l’abbraccio degli innamorati, la balera, le ragazze belle come dive, le prime comunioni, gli uomini che guardano le donne, i vecchi seduti al bar, il calcio, il mare e i giochi dei bambini, Milano, Roma e la provincia italiana (così riporta la scheda di presentazione de “la domenica degli italiani“. (ISBN edizioni).
Tutte queste cose mi mancano e mi mancano tante altre cose. Non tanto per un generico senso “si stava meglio prima”, ma perchè mi riconosco in quel mondo che mi circondava e dove gli adulti di allora erano meno disincantati, meno cinici, meno beffardi. Mentre oggi che siamo più smaliziati siamo pure meno felici. Grotteschi nel correre dietro al chiacchericcio, subendo il nulla che lo sostiene.
Abbiamo sostituito al pranzo di famiglia e alle prime comunioni, al bar altre cose perchè pensavamo che quelle fossero meno esaltanti e queste di aora più vivaci e moderne. Il cambio non è stato vantaggioso.
Così chiude la recensione su l’unità del 5 ottobre Goffredo Fofi:
“Queste immagini non sono eccezionali, sono volutamente comuni: «La domenica degli italiani» (va ricordato che al tempo non c’era ancora l’istituzione del week-end, e che il sabato era lavorativo) per città e per province sciorina davanti ai nostri occhi soldati in libera uscita e coppiette amorose, bambini vestiti a festa e «strusci» di ragazze in ghingheri, partitelle e partitone di calcio e corse ciclistiche, processioni e visite ai morti, vicoli e spiagge, piazze e lungofiume, tavolate e pennichelle, gelatai e cocomerai, giostre e balere, motorette e utilitarie, piazze affollate e giardinetti per solitari, mamme che allattano e comari che chiacchierano. Di importante manca solo – per come ricordo – il gioco delle bocce o della morra… Il «dì di festa», il lungamente atteso, l’armonicamente goduto… Nel 1956 Aldo Capitini ne aveva scritto, nel suo «Colloquio corale», un commosso elogio. La festa, diceva, è il punto più alto dell’esperienza comunitaria, che si fa anche per questo esperienza religiosa. Le foto di Lori Sammartino ci riportano a questo sentimento e ce lo fanno sentire ancora concreto, vicino, vivo. Ma allo stesso tempo ci riempiono di un’angoscia che non riusciamo a esorcizzare perché, guardandole, si è costretti a confrontarle con l’oggi, rischiando in tal modo di venir sopraffatti da un’amarezza che rasenta il disgusto.
Perché? Perché guardandole è impossibile non chiedersi: «Come è stato possibile che quest’umanità si sia trasformata nella inamabile, spesso francamente detestabile umanità di adesso? Dalla grazia alla sguaiataggine, com’è stato possibile che si sia caduti così in basso, e che nulla sembri restare del calore, della semplicità, della simpatia degli italiani di allora?» L’esame di coscienza dovrebbe essere collettivo, e bruciante, non salvando nessuno perché di questa decadenza portiamo tutti qualche colpa, maggiore o minore, e perché forse, la colpa meno perdonabile è di chi ha compiaciuto questo degrado dicendosi «sinistra»“.
Le sottoscrivo col sangue! Pensare alla “grazia” di quei tempi non è conservativo, visto che quegli anni conoscevano spinte progressiste e di sinistra più forti di oggi che invece mancano del tutto.








