
L’altra sera solita afa e solito cinema sotto casa. EvaK il film l’aveva già visto, io l’avevo perso. Quindi al cinema da solo. Che insieme alle visioni pomeridiane è una delle cose che mi piace. Sedersi in tutta pace e solitudine, pochi pensieri e pronto ad assorbire e gustare uno dei film che volevo vedere. Il film mi è piaciuto anche se nel secondo tempo mi è sembrato un pochino ambizioso. Comunque mi ha soddisfatto. Perché ben fatto e girato con un tocco surreale che poi –credo- fosse l’unico modo per raccontare una figura tanto complessa e tanto “sporca” della nostra storia. La soddisfazione per me poi stava anche nel fatto che sono cresciuto mal sopportando questa figura che negli anni in cui mi affacciavo e mi appassionavo alla politica. Tutta la rabbia e l’insofferenza si traduceva nelle risate amare che mi facevo leggendo Cuore e nell’indignazione che tra amici facevamo circolare. E poi la soddisfazione di un regista che ha saputo raccontare al momento giusto l’ambigua mediocrità di un politico losco quanto modesto. Di tutti i film civili e cosiddetti d’impegno (generalmente noiosi perché didascalici e retorici) Sorrentino ha saputo ritrarre in modo definitivo e che mette una pietra sopra la fama dell’arguto “statista”. Rimarrà questo ritratto e nessun altro racconto o film potrà raccontare gesta che non ci sono state, smentire complotti e complicità atroci. Logico che il nostro “divo” ci rimanesse male alterandosi. Segno che il lavoro è stato ben fatto. Questa è l’immagine che rimarrà di lui. Il titolo del post si riferisce alla canzone di Renato Zero che nel film sottolinea un bel momento e da conto di quegli anni. Non sono poche le sequenze e le scene suggestive che a me hanno lasciato senza fiato.
Il Divo, recensione di Paolo Mereghetti da Il Corriere della Sera del 23 maggio 2008
Accolto da applausi alla proiezione per la stampa, il Festival ha finalmente svelato ieri sera com’ è Il divo di Paolo Sorrentino, ritratto dell’ uomo politico più longevo e potente d’ Italia, raccontato negli anni – i primi Novanta – in cui guidò il suo ultimo governo, fu nominato senatore a vita, non riuscì ad essere eletto presidente della Repubblica (i suoi colleghi di partito gli preferirono Scalfaro) e dovette subire due processi: per associazione mafiosa a Palermo e per l’ omicidio del giornalista Mino Pecorelli a Perugia. Da cui uscì indenne. Giulio Andreotti come incarnazione del Potere Assoluto, come lo specchio più veritiero per leggere la Storia dell’ Italia, come il politico che meglio di tutti ci spiega che cos’ è la (nostra) Politica. Niente metafore. Niente ideologie. La concretezza dei nomi e dei cognomi, dei volti riconoscibili: la scommessa di Sorrentino era rischiosa e spiazzante e per questo la sua riuscita è ammirevole e preziosa. Perché insieme a Garrone e a Munzi certifica l’ esistenza di un cinema italiano finalmente adulto, autorevole, coraggioso. Quale che sarà il responso della giuria di Cannes. Il divo si apre con la nascita del settimo governo Andreotti e si chiude con il suo rinvio a giudizio per mafia e assassinio, ma il film non vuole essere una ricostruzione cronachistica di quegli anni. Piuttosto mescola e intreccia, con uno stile insolito e sorprendente, pubblico e privato, impressioni e fatti, per restituire l’ atmosfera di un periodo cruciale per la storia d’ Italia, quello in cui sarebbe nata Tangentopoli e sarebbe morta la Prima Repubblica ma soprattutto in cui il rapporto tra Politica e Paese sarebbe stato più scollato e volatile. Per questo è un film sull’ idea di Potere e solo di conseguenza su chi, quel potere, lo incarnò al massimo grado. Sorrentino, che ha scritto da solo la sceneggiatura con la consulenza giornalistica di Giuseppe D’ Avanzo, non procede per fatti o denunce, ma piuttosto per immagini, suoni e associazioni visive. La cronologia mescola gli avvenimenti per lasciare all’ occhio (più che alla memoria) il compito di guidare lo spettatore, affidando spesso alle donne – la moglie Livia (Anna Bonaiuto, maiuscola), la segretaria Enea (Piera Degli Esposti, altrettanto grande), una nobildonna (Fanny Ardant) – il compito di fare da controcanto alla politica e agli atti pubblici. Non tanto perché sia il privato la chiave con cui «svelare» i segreti di Andreotti, quanto perché quell’ ambito permette al regista maggior libertà e invenzione. In questa logica, il grottesco (mai sottolineato come in Petri ma sempre ammorbidito dal sottotono della recitazione) diventa la chiave estetica per capire il vero volto di una Politica che altrimenti rischierebbe di ridursi a un campionario di gag: le camminate notturne per via del Corso, le confessioni in chiesa, la partita di caccia con Bontade, la serata a sentire Renato Zero in tivù con la moglie sono tutti momenti dove la grandezza dell’ interpretazione di Servillo (una prova davvero immensa, la sua, che ne pone la candidatura ala Palma), dove quei volti, quelle pose, quelle parole (che lavoro sulla voce!) diventano altrettante chiavi per entrare nei misteri di Andreotti e del Potere. E lo «zoo» della sua corrente, guidata da un perfetto Bucirosso/Pomicino e da un inquietante Bucci/Evangelisti, diventa l’ altra faccia del divo Giulio, il «letame che serve per far crescere gli alberi», come disse in una delle sue battute citate nel film. Per questo, alla fine, la lettura politica del film non è affidata a qualche rivelazione estemporanea (bacio a Riina sì, bacio a Riina no), ma a una «confessione» verosimile: «La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’ io». Forse Andreotti non l’ ha mai neppure pensato, ma il Potere sì. E in Italia l’ ha messo anche in pratica




14 Agosto 2008 alle 9:46 am |
Questa pellicola è piaciuta molto anche a me e a Zucchero.
Recentemente abbiamo visto La ragazza del lago e ci è piaciuto. Emozionante ed intelligente il modo in cui vengono affrontati i temi della malattia, del dolore e della paternità.
Ci siamo trovati d’accordo anche sul gudizio su Saturno contro: non ci è piaciuto. Privo di emozioni nonostante i temi forti. Sconclusionato.
Saluti
14 Agosto 2008 alle 9:25 pm |
Ehilà. Sono contento che vi sia piaciuto “il divo”. Anche “la ragazza del lago”, bello veramente: in questo film ho scoperto un compositore che mi piace moltissimo che è Theo Teardo.
Per “saturno contro” devo dire che a me è piaciuto molto (anche ad EvaK) anche se ammetto che potrebbe risultare stucchevole.
16 Agosto 2008 alle 8:00 pm |
“La ragazza del lago” non lo abbiamo visto. Ma sia “il divo”, con quel taglio quasi fumettistico, che soprattutto “saturno contro” invece ci sono piaciuti molto. Tuttavia anche tra i nostri amici ci sono pareri divergenti.