PD: speriamo che 5 anni … non siano pochi

Cinque anni sono pochi e anche sufficienti e speriamo che possano essere sufficienti per fondare, orientare, strutturare, radicare e dare identità e cultura, basi e struttura ad un partito che nelle premesse mi aveva entusiasmato e che ora osservo con distacco e perplessità, ragionando sul mio “fare”: spariti i Verdi (credo e purtroppo definitivamente) mio ideale punto di riferimento; sconfitta culturale prima che politica della sinistra in tutte le sue forme non rimane che pensare ancora un po’ su come e cosa fare.

Intanto trovo preoccupante il deficit di democrazia alla costituente così come viene denunciata sul blog di Gad Lerner e la confusione che regna su identità, valori e opere e omissioni sui fondamenti culturali che (fu)rono di sinistra. A proposito di sicurezza è sconcertante e scandaloso il documento del Pd lombardo dove si può leggere “Volontari con i vigili, ma non chiamatele ronde”. E: “Tetto per gli immigrati in classe”. (Sic!). Preoccupa e rattrista la subalternità alla “cultura” che la destra propone e il vecchio modo che prevale sui possibili nuovi.

Su l’assemblea di questi giorni la delusione e la rassegnazione sono descritti bene nell’articolo di F. Ceccarelli per Repubblica (di seguito); ma visto che non sono tipo incline al pessimismo riprendo una “piccola posta” di Adriano Sofri uscita su Il Foglio il 22 giugno, il quale non si dispera troppo per la pesante sconfitta siciliana. Per inciso: ho appena finito di leggere il suo libro “chi è il mio prossimo”: molto bello e utile sulla solidarietà, le azioni umane bloccate, le generazioni future, il nostro pianeta, l’illuminismo. Argomenti che alla fine c’entrano molto con l’apertura verso nuovi e necessari orizzonti.

Vabbè, mi fermo qui.

Materiali:

Qui la denuncia di Gad Lerner sulla scarsa rappresentatività nell’Assemblea.

Qui sempre Gad Lerner da conto delle scelte del PD lombardo sulla sicurezza.

Adriano Sofri da Il Foglio del 22 giugno 2008

Spero che la Costituente del Partito democratico non si chiuda prima di aver nominato una o un giovane siciliano sui venticinque anni – anche ventisei, o ventisette – responsabile del partito per la Sicilia, con poteri pieni, un po’ come Bixio l’altra volta, ma di sinistra, e democratico, per un paio d’anni, libero di invitare a essere della partita tutti i suoi coetanei siciliani e del resto d’Italia, così, con la bella prospettiva di scrivere una pagina nuova e di raccogliere il racconto dei vecchi, e col vantaggio di non occuparsi di perdere o recuperare voti. Sono stati perduti tutti, dunque si può sentirsi leggeri. Quanto a trovarne di nuovi, c’è tempo. Basta riempirlo occupandosi di cose belle, intelligenti e giuste. E’ fantastico, per dei siciliani sui ventiquattro andare missionari a casa loro, e riscoprirla. Per farlo, vale perfino la pena di tornare da Londra, o da Pisa.

Questa è la brillante e amara cronaca di Filippo Ceccarelli uscita su Repubblica: rende molto bene il clima che vediamo aleggiare sul PD.

NEL PARTITO-LABIRINTO DI WALTER TRA SEDIE VUOTE E MUSICA ROCK
Filippo Ceccarelli per La Repubblica
Sembra che un paio di registi, Ettore Scola e Paolo Virzì, avessero in animo di girare un film sul «pazzesco tour» – così si legge su un trafiletto – del pullman elettorale veltroniano. Ore e ore di girato già le possiede l´emittente Nessuno tv. Bene. Per la storia politica del Pd si potrebbe integrare il progetto con le immagini di ieri. Per il luogo innanzitutto, la Nuova Fiera di Roma, questo sì veramente pazzesco.
Enorme e praticamente irraggiungibile: gioiellone urbanistico pianificato e realizzato nell´era delle amministrazioni di centrosinistra. Un bianco, labirintico blocco di tubi, vetro e cemento sorto nel bel mezzo del nulla. Incongrui ascensori, interminabili scalinate, lentissimi sferraglianti tapis-roulant, infiniti camminamenti da percorrere sotto lo schioppo del sole. Venti minuti almeno per arrivare all´assemblea – eppure ci sono anche persone anziane, donne con i tacchi, qualche disabile. Ogni tanto un cartello surreale: «Area smoking & relax».
Perfetta location per un partito che dopo aver perso voti e frequentatori, sembra essersi perso esso stesso nel verde stento di questa infuocata periferia tecnologica e penitenziale. I massimi dirigenti arrivano invece a destinazione in automobile, belli freschi – per quanto la macchina di Veltroni, che di lì a poco citerà «i dannati della terra», gira e gira e gira attorno al mostro, lato est, lato nord, lato boh, senza trovare il pertugio giusto.
I dannati della Nuova Fiera, d´altra parte, vengono accolti da un essenziale fast-food che si chiama «Very italiano» e offre «mezze maniche alla puttanesca». Ancorché vagamente ingiuriosa, la circostanza non contribuisce né alla potenza drammatica né alla desolante solennità dell´occasione.
Nella sala semideserta un´allegra marcetta rock fa cadere le braccia. Alle 10 e 20 ci sono Follini, Carra, Zanone e il mitico Diego Bianchi, che gira i corrosivi video «Tolleranza Zoro», disponibili su You-tube. Quando ancora nessuno dei big è presente Arturo Parisi pone la questione del numero dei presenti. Ha contato le sedie e si è accorto che ce ne sono meno della metà dei membri dell´assemblea (2800).
Ma in quel momento sono anche vuote per la metà. Sui maxi-schermi, dopo la batosta, le tardo-icone della fondalistica veltroniana – neonati dormienti, bimbi che giocano, graziose ragazze, simpatici vecchietti, allegre nonnine, extracomunitari in bici – hanno perduto la loro magia e adesso sembrano la pubblicità di qualche fondo-vita delle assicurazioni. Non possono che cogliere un che di svogliato nell´organizzazione, i delegati che arrivano stanchi e sfiniti con i trolley, «come pecore senza pastore». Ma nessuno s´impietosisce per loro – né essi lo pretendono.
L´impressione è che reggano meglio dei notabili il colpo anche psicologico della sconfitta: forse perché non vivono di politica, forse perché non agognano l´occhio delle telecamere. Si salutano, si siedono, prendono appunti, sbadigliano, alcuni qui e là si addormentano. Forse qualcuno riflette su una terribile frase che in un attimo di verità Parisi pronuncia al microfono: «Un´assemblea che con difficoltà associa al nome di partito l´aggettivo democratico»…
Si avverte una separatezza anche fisica tra ottimati e popolo, una distanza moltiplicata dallo scarto fra vana liturgia e cruda realtà. Dal palco verde emergono tante testoline eccellenti, una lunga fila di faccette malinconiche e distratte. I responsabili che finora non si sono assunti la responsabilità.
In mattinata sembrano anche un po´ spaventati; più tardi, evidentemente a loro agio, ricominciano a chiamarsi per nome, Walter, Dario, Piero, Enrico: un segno di reciproca e cordiale spontaneità che però a volte suona come un certificato di appartenenza all´oligarchia. Bettini traffica con fogli, biglietti, elenchi, liste; Fioroni sta al telefonino dalle tre alle quattro ore, in posa bisbigliante, con la manina a coprire l´apparecchio; alcuni guardano nel vuoto; altri, come Bersani, hanno improvvisi scoppi di ilarità; altri ancora, specialisti di convegni e seminari «a porte chiuse» convocano i rispettivi scudieri, li spediscono dai giornalisti. Veltroni, senza cravatta, distribuisce sorrisi tirati.
La nomenklatura, in altre parole, si basta. Questo è abbastanza normale, ma dopo la sconfitta, per quanto a lungo la si sia cercata di nascondere o negare, lo è molto meno. Così, sopra il Pd, grava una coltre anche rabbiosa di non detto, una cappa di sfiducia che nessun generoso tentativo di rianimazione riesce a rompere, e nemmeno a perforare.
Mai come in questa assemblea lo sconforto, da stato dell´animo, si è convertito in evidente e conseguente categoria politica. Tiepidi applausi segnano la relazione di Veltroni, diligente, ma priva di autocritica e comunque sorvegliatissima rispetto a temi scottanti. A partire da certe candidature troppo fantasiose e per continuare con certe altre fin troppo comode e furbastre. Non una parola sulla debacle anche personale di Roma.
Niente sui sondaggi balenghi, sulla sopravvalutazione di vip e testimonial, sugli sprechi economici tipo il loft, durato meno di nove mesi. Nulla sulla laicità, i vescovi, i radicali, il rapporto con Di Pietro, gli scandali delle giunte rosse. E le feste dell´Unità? Che «si chiamino come si vuole». E già: ma come? E la presidenza del partito dopo l´ennesimo no di Prodi? Vattelappesca, come diceva Craxi. E l´eterna storia dei patrimoni ereditati e del finanziamento? Chissà. E la sorte dei dipendenti? Non è materia da discutere assemblea.
Anche il dibattito sembrava a tratti una recita. La passerella dei pochi. La consueta retorica dell´orgoglio, dell´innovazione e dell´identità plurale. Il «rimescolo» di Bersani, l´«autocoscienza costruttiva» della Bindi, Marini che fa l´elogio del «caminetto», richiamando anche quello di sua nonna. Partito insieme leaderistico e correntizio, ibrido non proprio felice.
Nella replica il segretario ha invocato la necessità di «liberarci dal dominio dell´io». Prima del voto la Finocchiaro s´è inerpicata in una davvero complessa disquisizione statutaria sulla maggioranza qualificata. Quelli che c´erano hanno alzato la delega. E poi anche sulla Nuova Fiera è calata la sera.

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