“passo tutta la vita a chiede scusa”

Dopo una giornata estenuante al corso per le adozioni e con la cucina dell’albergo chiusa io ed Eva K. scendiamo in città e decidiamo di passare la nostra serata al cinema, film prescelto: Tutta La Vita Davanti. Il cinema è l’Ambrosio: così diverso nell’atmosfera dai cinema fiorentini e romani che abitualmente frequentiamo. Prima di tutto c’è una grande sala buffet con tanto di aperitivo e avanzi del pranzo passato passati come stuzzichini trendy. Non ho cenato e sono tentato, ma siamo anche al limite dell’inizio e per me è un sacrilegio entrare a film iniziato (lo stesso vale per i famigerati intervalli che tollero solo per film tipo: Febbre da Cavallo). Comunque entriamo in questo cinema e siccome sono uno molto allenato ad osservare mi guardo intorno per accorgermi che le tracce di una città industriale, di una città con una tradizione operaia molto forte e ora significativa (la vicenda Thyssen è uno sfondo scuro e presente in questa città che abbiamo girato per poco) sono presenti e vive: che siano distinti e pacati borghesi di una certa età, ragazzini pigiama a strisce e orecchino; c’è qualcuno che orgogliosamente tiene appuntata sulla giacca la spilla del sindacato. Comunque famiglie e persone normali intrise di quella torinesità che mi è sempre piaciuta: sobria, ruvida, concreta, esigente. Quindi si parla poco e a bassa voce. Noi siamo sprofondati nelle poltrone, un poco esausti dai tanti discorsi. E inizia il film. Sarà litanìa o liturgia, ma è molto bello ed è agghiacciante, perché con i toni della migliore commedia italiana, giocando sui toni grotteschi, surreali (mica tanto) e drammatici ci fa piombare dentro una storia e una devastazione che il nostro paese conosce e che per buona parte sembra naturale che sia così. è un film sul precariato? Sui call-center? Non solo. Come “il sorpasso” con Gassman e Trintignant prendeva a pretesto un fenomeno come quello del boom per descrivere in modo impietoso un cambiamento devastante, Virzì che sa usare e rileggere i suoi maestri prende una vicenda di cui tutti parliamo e pretende, riuscendoci, di descrivere l’abisso della superficialità e della cattiveria egoista della nostra società, tanto mutata che per chi come noi continua a volerla guardare rimaniamo sempre stupiti dei danni che le persone subiscono senza rendersene conto. Mi fermo qui e vi invito a vederlo, ma vorrei anche aggiungere che Virzì è uno dei miei preferiti perché ha una pietas nei confronti delle persone e uno sguardo commosso e partecipe per le solitudini e devastazioni che subiscono i suoi protagonisti e ritaglia –visto che non è uno di quei cinici tanto di moda (Tarantino style per capirci) figure morali che ci appigliano e che ci fanno ritrovare: perché siamo così, perché non potremo e non vorremmo essere diversi. E la cosa che ritrovo con piacere in questo film sono alcune sue costanti che in maniera semplice ed efficace ci dicono quali isole e quali difese potranno farci tornare a quell’umanità che molti abbandonano per chissà che cosa: la pasta e ceci, il pollo arrosto, la normalità e la seria e tenera tenacia delle donne, delle ragazze. Che una sinistra “possibile” è un terra-terra guardarsi in faccia per ritrovare affetti e sintonie, lealtà e coraggio. Memorabile, perché vissuta decine di volte con lo stesso fastidio e imbarazzo, la scena della cena in terrazza tra laureati fighetti e di successo, snob e radical-chic. Sulla via del ritorno ci imbattiamo in un posticino fantastico: fanno, stendono e infarciscono piadine. Noi andiamo sul tradizionale: prosciutto e squaccherone. Buona Visione. E ora il Mereghetti:

Precariato e lauree che servono a poco, miti e sogni televisivi: il regista «fotografa» l’Italia di oggi anche con toni surreali

Tutta la vita davanti

L’allegro caos dei call center di Virzì: note felliniane e lo stile di Monicelli

di Paolo Mereghetti (il Corriere della Sera 28 marzo 2008)

Fino a qualche tempo fa avrebbe potuto essere una battuta da cabaret o una citazione degna di Woody Allen: usare Heidegger per spiegare le dinamiche dei call center e i meccanismi dei reality televisivi, e viceversa. E finire anche pubblicati su un fantomatico Oxford Journal of Philosophy. E invece la trovata forse più irreale del film di Paolo Virzì scivola via come la più plausibile perché è talmente «folle» e «surreale » la vita quotidiana raccontata dal film (dove le strade sono intitolate a «Franco Lechner in arte Bombolo») che anche le trovate più strane non fanno più colpo. Altro che la realtà più forte dell’immaginazione…

Dopo il semi passo falso di N (Io e Napoleone) (dove si capiva che i meccanismi della commedia all’italiana, o di quello che è diventata, faticano a funzionare con i Grandi della Storia), Tutta la vita davanti torna a guardare all’Italia di oggi, quella del lavoro precario e delle lauree che servono a poco o niente, quella del mito del successo e della televisione, della vita reale e di quella immaginata. In una «confusione» di livelli di realtà che diventa anche un incrocio di generi e stili cinematografici, così che la lettura acre e smagata della commedia all’italiana si intrecci con la levità poetizzante del sogno, cercando una strada che sembra voler mescolare la lezione di Monicelli (in fondo il film potrebbe essere un remake di I compagni) con quella di Fellini (perché Tutta la vita davanti èl’ Amarcord dei nostri tempi). Con la passione civile del primo e il rimpianto della poesia del secondo.

Questa ricchezza e complessità stilistica finisce poi per riverberare su tutta la storia del film, che non è solo l’avventura della palermitana Marta (Isabella Ragonese, una rivelazione), brillante laureata in filosofia teoretica all’università di Roma, che trova lavoro in un call center dove si usano le tecniche più invasive per motivare il personale. Questa è soprattutto l’unità di luogo, all’interno della quale si intrecciano le storie degli altri personaggi, le tante facce degli altri «noi» che Virzì ci obbliga a guardare col suo impietoso specchio.

C’è il venditore invasato di Elio Germano, che regge tutto il suo fragile equilibrio emotivo sulla capacità di essere il numero uno; c’è il boss di Massimo Ghini che nasconde nel lavoro i fallimenti della sua vita privata; c’è la direttrice di Sabina Ferilli la cui filosofia di vita e di successo non può cancellare solitudine e infelicità; c’è Giorgio, il sindacalista di Valerio Mastandrea, fragile come i precari che vorrebbe sindacalizzare e sempre pateticamente in ritardo sulla realtà; c’è la collega di call center interpretata da Micaela Ramazzotti, svampita e svagata e indifesa e per questo destinata alle sconfitte più dolorose, e c’è quella con il volto di Valentina Carnelutti, a cui saltano i nervi quando perde la medaglietta di prima della classe…

In mezzo a loro Marta cerca di muoversi con il buon senso della sua generazione e della sua età, tra qualche scaltrezza velenosa (le bugie che si inventa per convincere le acquirenti che contatta telefonicamente) e qualche soprassalto di dignità (il rapporto con la vecchietta della Garbatella, la speranza che il sindacato possa fare qualche cosa), vivendo alla giornata come tutti ma non potendosi impedire di chiudere totalmente gli occhi sul mondo che la circonda.

Utilizzando la voce narrante di Laura Morante per imprimere al film un andamento quasi da romanzo e poi invece «arrestando » la narrazione con squarci fantastici e irreali o con bruschi richiami alla realtà, Virzì e il suo cosceneggiatore Francesco Bruni cercano di aggiornare la struttura della commedia all’italiana, la cui capacità narrativa non può da sola aspirare a raccontare la complessità dell’Italia (come succedeva nel «bellissimo film italiano» che Marta vede con la madre in tv: C’eravamo tanto amati) ma che ha bisogno di essere «adattata» all’evoluzione troppo veloce della nostra realtà. Che forse solo i «sogni » o i «balletti» possono in qualche modo sintetizzare.

E non può essere un caso se uno dei luoghi comuni della narrazione al cinema — la pioggia che batte fuori dalle finestre e che sottolinea anche metaforicamente il bisogno di ripiegamento e di confessione dei personaggi in scena — accompagni i ricordi di Marta e di Giorgio sulla vita in famiglia, da adolescenti, quando le cose sembravano ancora avere un senso. Retorico forse (come puntualizza Marta), ma certamente sincero. E significativo di una mutazione che ha trasformato un passato appena un po’ remoto in qualche cosa di antiquato e fin troppo romantico. Che va filmato come le scene madri dei vecchi melodrammi lacrimosi…

Virzì quella sincerità sa trovarla invece lontano da ogni retorica, con la capacità dell’osservatore partecipe ma non partigiano, interessato più a cercare il senso sfuggente della realtà che non a farcene sapere la sua spiegazione. Tanto innamorato dei suoi personaggi da offrire a tutti il diritto di spiegare le proprie ragioni e tanto appassionato al proprio mestiere da mettere tutti gli attori nelle condizioni di dare il massimo delle loro possibilità. Con una citazione speciale per la quasi esordiente Isabella Ragonese, sempre sospesa tra una furbesca vitalità e una malinconica riflessività, e per una «ritrovata» Sabrina Ferilli.

5 Risposte a ““passo tutta la vita a chiede scusa””

  1. Eva kant Dice:

    sottoscrivo in pieno i commenti di Ubik. invito ancora a vederlo…io piangevo e ridevo nello stesso momento per la tenerezza e l’amarezza che il film rivela…

  2. andrea Dice:

    beati voi: io non riesco più ad andare a vedere un film al cine…

  3. Roberto Dice:

    Mi associo tra figli e lavoro fuori regione… Comunque godeteveli finché potete ;)

  4. Roberto Dice:

    I film, intendevo

  5. ubik Dice:

    @Andrea e Roberto:
    mi dispiacerebbe se un domani non riuscissi ad andare al cinema, credo che in un primo momento sarà così e che poi mano a mano si possa recuperare. Non sarà un gran peso e non sarà la stessa cosa ma sto facendo una enorme scorta di film in dvd (qualche centinaio? più o meno).
    Abbracci e a presto :-)

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