


… (una quasi formazione musicale)
avevo promesso questo post ad una amica che non conosco. Entrambi condividiamo il ricordo struggente di Joe Strummer e mi ha stupito che la percezione di chi ascoltava i Clash potesse essere così simile e vicina anche se non ci si conosce. L’occasione di questa piccola scoperta ce l’ha fornita l’uscita del film “Il Futuro Non è Scritto”, che non vedo l’ora di andare a vedere.
Di musica ne ascolto e sempre volentieri. Non è vero che ascolto di tutto, anzi nutro forti e radicate antipatie verso alcuni cantanti, gruppi e generi musicali. Inaspettatamente ho però simpatie molto eclettiche e delle volte mi lancio in difese accanite che risultano comiche in chi mi ascolta. Come tutti ho attraversato varie fasi che mi hanno fatto appassionare a diverse cose. Che poi ho seguito maniacalmente, come è nel mio carattere.
Velocemente: la mia passione musicale nasce un giorno d’estate, nel Salento. Mi viene regalato uno dei primi radioregistratori, era grigio ed arancione, con relativa cassetta che era Burattino Senza Fili di Edoardo Bennato. Imparate a memoria (ancora oggi) le canzoni ho iniziato a recuperare le cassette di Bennato. Nelle radio private a quel tempo dilagavano programmi con dedica e io e mia sorella ci divertivamo a storpiarle: “sò Nanda e dedico sta canzone a Fiore che se magna le cozze sur terazzo”. Però mi divertiva ascoltare Alberto Camerini, Giuni Russo, i Matia Bazar, la Bertè, Donatella Rettore…sdraiato sul divano a divorare fumetti Marvel e Gialli per Ragazzi. Fino a quando uscì “La Voce del Padrone” di Battiato e allora fu perdizione: iniziò la passione per Battiato e per Giusto Pio. Maniaco come al solito tutto quello che ruotava intorno mi interessava e quindi Alice non mancava nei miei ascolti, ma con il gruppetto di amici del quartiere iniziammo presto il tradimento per ascolti più loschi e clandestini: iniziava la circolazione carbonara degli Squallor. Un vero spasso cui si aggiunsero ascolti veramente ‘monnezzari’: Falco con ‘der kommissar’, i Rockets, tanto per dire.
Ma la vera ‘cotta’ musicale fu alle superiori, attratto da un tizio che all’ultimo banco e con i capelli lunghi e lisci (attrazione ambiguamente omo?) mi convertì a Led Zeppelin, King Crimson, Genesis, AC/DC, Black Sabbath. Era come stordirsi a primavera: bellissimo. Quindi da sfigato che ero contribuii in maniera decisiva ad isolarmi dalla maggioranza montante che si preparava ad un orgia di Moncler, Ciesse, Timberland, Marina Yachting. È come se intuissi che non sarei mai arrivato per censo e capacità: ogni settimana mi ricordo c’era un tizio, compagno di scuola, che aggiornava tutti sulle ultime mosse in discoteca. Vabbè.
Trovo la mia divisa abituale da proletario provinciale con aspirazioni inglesi: gilet, maglietta, jeans e scarpe da tennis che dovevano rigorosamente puzzare, essere quasi nere dallo sporco –quasi a testimoniare una vita vagabonda e on-the-road. Intanto riuscivo a vincere qualche partita di ping-pong all’oratorio, dove avevamo un gruppetto autarchicamente maschile (perchè non ci filava nessuno, ma scoprii molto più tardi che non era vero, anzi ero molto ammirato: non potevano farmelo capire prima?) che passava i sabati giocando a Risiko, mangiare pizza, bere birra e ascoltare hard rock. Come arrivai all’Heavy Metal proprio non me lo ricordo. Ma se ascolti i Black Sabbath dopo cerchi Ozzy Osborne (famoso perché, dice, mangiava pipistrelli in concerto) e Iron Maiden. Ecco questi divennero la mia vera passione: adoravo Eddie, la mascotte perché all’epoca nutrivo un certo fascino per l’horror: mi ricordo che -chiusa l’editoriale Corno, leggevo Creepshow e guardavo “ai confini della realtà”; continuavo ad andare al cinema da solo alternando “I Dieci Comandamenti” (giuro!) a “Guerre Stellari”, in mezzo c’era posto per Bo Derek che insieme alla Fenech contribuirono a farmi capire di sesso e a scaricare gli ormoni. Comunque divenni il classico fan adolescente. Bruce Dickinson e Steve Harris erano i miei idoli e credevo a tutte le leggende, come quella che voleva i polpastrelli del bassista consumati dalla velocità con cui suonava.
Iniziava l’epopea Spandau Ballet, Duran Duran, Prefab Sprout. Cose che all’epoca additavo come fighette e superficiali, in camera era una lotta con la mia cara sorellina: vigeva trincea virtuale e musicale per cui ognuno aveva nel suo lato i poster dei beniamini in bella vista. Nel frattempo stavo superando me stesso. Gli Scorpion, Motorhead, i Judas Priest, i Saxon erano belli duri però dalla California arrivarono i Metallica, il cui poster sopra il letto testimoniava del mio essenziale e scabro modo di essere: sullo sfondo di una fabbrica dismessa e arrugginita, la Bay Area, i miei nuovi eroi posavano in jeans, maglietta e capelli lunghi. Mi preparavo alla mia fase speed e trash metal. Si sarebbero aggiunti gli Anthrax di Scott Ian, gli Accept, i Megadeth, i Nuclear Assault. Capito che nomi? E che copertine fantastiche: apocalissi, morti, devastazioni. Non avevo lo stereo quindi andavo ramingo a registrarmi cassette poi un mio amico di quegli anni trasferitosi a Roma provvedeva al rifornimento. Ovviamente anticipavo i tempi e senza internet o You Tube cercare la propria musica era veramente dura, ma non mi sono mai arreso e anzi diventava il mio confine personale con quelli che pur dipsonendo di mega sterei si limitavano a qualche dischetto. Io invece ero molto orgoglioso delle file di cassette che registravo e compilavo con dovizia scrivendo con i trasferibili. Comunque la faccenda si faceva complicata perché in quegli anni d’oro, anzi di metallo, i generi si diffondevano e i gruppi brulicavano: black metal, gothic metal erano le nuove frontiere, quindi Venom, Slayer, S.O.D., Obituary. Ma… Gli Anthrax che erano geniali iniziarono a fare del cross-over e si contaminarono con il punk. Eccoci al punto. Allora seguendo il filone attraverso gruppetti come Adrenalin Over Dose, approdai ai classici Sex Pistols, ai meno conosciuti e più hardcore D.O.A. e Fugazi, Suicidal Tendecies e da lì fu come rinascere. Capite si apriva un mondo che si prendeva meno sul serio, ma rigoroso con se stessi ed esigente con la politica: anarchici e nichilisti. Irriverenti, ribelli.
Con assoluta calma feci piazza pulita di tutto il metallo e passai baracche e burattini al punk, senza però tradire le adorate Jabbar. Ma il vero amore fu (e sono) i Clash. Ero attirato e invidiavo un gruppetto di persone che facevano gruppo a sé. Il classico gruppetto di ragazzi disponibili e riservati, quasi narcisisti. Uno di loro era già padre e compagno di una mia amica molto carina. Converse ai piedi con la stella pennellata di rosso. E tutti nel circolo della FGCI ‘John Belushi’. Uno di loro, mi ricordo, abitava dalle mie parti e con l’aria scazzata –della serie: non ne posso pi di questa città- girava con pettinatura e maglietta stile Bono al tempo di Sunday Bloody Sunday. Il bello era che ci somigliava. Quindi grandi cambiamenti e fuori dalle rigidità gruppettare del Metal. Il punk era molto più fresco ed era già morto da un pezzo. Ma scaricava adrenalina in eccesso e sembrava tonificarmi con belle sudate. Dicevo che i Clash ebbero la meglio sugli altri gruppi: erano molto più morbidi, capirete dopo anni di orecchie ruvide, e i suoni aperti. Ma qualcosa scattò per via del circolo ‘John Belushi’, per via di quell’aria sgraziata e sbarazzina, un po’ menefreghista, neanche tanto incazzata (cosa che da metallaro era una costante: il mondo ce l’aveva con i metallari) e per via di certe letture che iniziavo allora: Silone, Dostoevskij. Iniziava la passione per la politica e per la lettura. Quindi i Clash erano molto politici: London Calling e Sandinista li avevo consumati. Partito militare e circumnavigato il Mediterraneo incontrai commilitoni demoproletari (me li andavo a cercare?) e quindi partì tutta la fase Guccini, Claudio Lolli (terribile), Bertoli, De Andrè. Arrivando a sfiorare quel poco di musica etnica che qualche raffinato ufficiale ascoltava. Ritornato e cambiato giro d’amici, continuai a stonare le canzoni con pugno chiuso. Gli scout poi favorivano certe promiscuità canore intorno al fuoco: dagli U2 a Vasco Rossi. Questo cambiamento portò cose nuove che ben presto invecchiarono, però come prima con gli amici si ragionava sempre di politica, della noia della nostra città e passavamo intere serate sul sagrato della ‘famigerata’ chiesetta. Fino a quando non iniziò la moda di andarsene a deprimere nei pub: noccioline, Guiness, qualcuno che a mezzanotte ancora non aveva cenato (mica era vero, però faceva molto bohemienne) e reclamava panini. Insomma il nome del pub non me lo ricordo, ma era piccolo, affollato, i gestori simpatici e i tavolini secondo me erano di seconda mano, perché già tutti intagliati e scritti. In questo pub, durante una delle sere in cui mancavo alcuni geniali e coraggiosi capitani decisero che fosse giunto il momento per la nostra città di una botta di vita, degna e tipica di ogni città sfigata, abbastanza proletaria e post-industriale senza mai aver visto una fabbrica. Volendo poteva benissimo assomigliare a quelle città operaie inglesi: porto e quindi portuali, centrale termoelettrica e quindi operai raccomandati, caserme quindi giovanotti ormonati e meridionali. E secondo voi quale risposta migliore potevamo elaborare in una città la cui Biblioteca era provvisoria da più di 10 anni in un magazzino? Un Festival musicale, però alternativo…della serie “coloriamo o riprendiamoci la città”. Lo spirito doveva essere quello. E perché? Come? Ogni rispettabile città schifosa e senza niente brulica di gruppi e gruppettini che suonano. Così fu. Solo del nostro giro c’erano 3 gruppi e quando l’idea prese corpo e sostanza ci accorgemmo che i gruppi a Civitavecchia erano oltre una decina: c’era di che tenere banco per una 3 giorni. Quindi al pub nacque per idea di un geniale fancazzista come noi altri: VIBRANIA.
Prima rasssegna di musica indipendente in quel di Civitavecchia (che neanche le periferie pasoliniane). Vi risparmio la preparazione frenetica, però invaghito dei Blues Brothers io e un fratello di sventura ci truccammo ala stessa maniera, basette e cappello compreso e –giuro- megafono alla mano girammo in macchina per tutte le strade ad annunciare la prima serata. Successone. Che si ripetè per altri 2 o 3 anni credo. I primi due lo presentai in coppia, giocando a fare il Benigni della situazione. Patetica tra l’altro, visto che più che scamiciarmi non sapevo fare. Gli altri amici suonavano e anche bene. i nomi non me li ricordo, però del nostro giro c’erano gli UHM, seriosi e pre-grunge; gli AFRO-C (molto sornioni, visto che poteva anche leggersi come A FROCI) che suonavano la mitica Makossa di Manu Dibango e un altro gruppo stile Elio, di cui non ricordo il nome, ma le loro perfomance erano veramente comiche e irresistibili. Altri giocavano su piccole cose riuscite e poco conosciute come gli appena conosciuti Avion Travel o un punk duro e nero fatto da grossetani penso: i WurZ. Fu anche il periodo dei concerti a Roma: Fugazi e Mano Negra al Prenestino, Assalti Frontali e le Posse, DOA (con Eva K. a pogare), Miriam Makeba e Michelle Shocked al Live Link di Ponte Milvio (colgo l’occasione per una domanda vitale: qualcuno sa perché non l’hanno più fatto? Eva K. Ancora me lo domanda e ancora sente la mancanza della discoteca di Radio Rock con Police, Clash, Village People) e poi non mancava il Circolo Degli Artisti (un po’ tristanzuolo), l’Alpheus, il Villaggio Globale, il mitico Brankaleone dove ho capito quant’è bella la musica elettronica…
Passò anche Vibrania e passarono molte altre vicende e gusti musicali. La vita è strana e un pigro pomeriggio casalingo per caso capita su una trasmissione di Radio3, si chiamava ‘note blu’, in omaggio a Dossi e mi innamorai perdutamente, finendo ad ascoltare e comprare quasi esclusivamente musica –cosiddetta classica- e cose che mi “fanno girar la testa”: musica elettronica come i Chemical Brothers e Fatboy Slim, rock ‘raffinato’ come i Radiohead, quello nu poco più ruvido come quello dei rimpianti Nirvana. E poi un gruppo su tutti cui perdono qualsiasi cosa: i Red Hot Chili Pepper. Degli italiani sopravvivono solo De Andrè su tutti, Paolo Conte, ho rivalutato De Gregori e amo certe piccole cose marginali come Matteo Salvatore, Domenico Modugno (un grande), Caterina Caselli (altra grande), il dub dei Portishead e dei Massive Attack, un amore sfegatato per i Morcheeba. E poi P. Glass, M. Nyman, Steve Reich. Questo per quanto riguarda la musica ‘moderna’. Perché i veri e unici amori, per fortuna condivisi dcon woodstock sono: Mozart, Vivaldi, Corelli, Beethoven, Ligeti, Bach, Part, Stravinski, Mahler, Brahms, Schubert…musica barocca, antica, contemporanea, sinfonica, romantica, dodecafonica, Verdi e poi il fanatismo per certi interpreti come: Pollini, Sardelli, Biondi, Mullova, Michelangeli, Gould, Las Casals, Rostropovich. E certi direttori come Giulini, Sinopoli, Muti, Karajan, Bernstein…insomma l’elenco è troppo lungo e invece è molto corto l’elenco dei jazzisti preferiti, ma discreto amante sono fermo al classico M. Davis, Goodman, C. Parker…comunque in genere i trombettisti.
Rimpianti? Uno solo: non aver mai saputo o voluto trovare il tempo per imparare a suonare uno strumento, ma chissà che non mi decida di recuperare per dilettarmi. Comunque i plettri scivolano ancora per ‘Should I Stay Or Should I Go’.
ps: l’immagine dei papa moai era il logo di Vibrania.




4 Aprile 2008 alle 11:44 am |
Caro ubik, le similitudini che ho trovato leggendo il tuo post, sono a dir poco sorprendenti. Le analogie nella formazione musicale e non solo, tra la tua storia personale e la mia, in alcuni tratti mi hanno veramente emozionato. Condivido con te, in modo impressionante, la quasi totalità delle situazioni che hai citato nel tuo racconto. Qualcuna l’avevo già colta, altre mi hanno stupefatto. Innanzitutto l’amore per il punk (ancora oggi io mi reputo un “punk dentro”), quindi quello per J. Strummer e soci (all’interno della cintura che indossavo allora e che da qualche parte dovrei ancora custodire, avevo vergato “il futuro non è scritto”), dei quali ho anche avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto a Roma, ad una Festa Nazionale dell’Unità nei primi anni ’80 e ai quali io affiancavo anche tra i miei prediletti, la grande “sacerdotessa” Patti Smith. Il 99% degli artisti e dei gruppi musicali e delle esperienze che riporti, mi hanno segnato a volte in modo indelebile. Io provai anche a cimentarmi in prima persona, scrivendo canzoni, cantando e strimpellando alquanto maldestramente e con scarsi risultati, anche se qualcuno di quelli con i quali suonavo, oggi fanno i musicisti di professione. Una delle poche differenze che ho trovato è il mio periodo jazz, durato qualche anno e durante il quale frequentavo puntualmente il festival UmbriaJazz. Da rilevare in modo particolare anche la nostra comune predilezione per i Red Hot Chili Pepper e per le posse (mi onoro dell’amicizia di Luca-Militant A degli Assalti Frontali). Infine ti volevo segnalare un film, in uscita proprio oggi, che probabilmente ci piacerà: “Non pensarci” di G. Zanasi con V. Mastandrea.
Evidentemente è vero che la percezione di chi ha condiviso (e condivide) certe esperienze può essere così simile e vicina anche se non ci si conosce.
5 Aprile 2008 alle 8:03 am |
Io condivido Burattino senza fili, la cui cassetta fu regalato anche a me dal fratello di mia madre. L’ascolto ancora e canto a memoria tutti i testi.
Un’altro zio, cioè il fratello di ziomassimo, mi regalò per la mia prima comunione la cassetta di P. Daniele: Terra mia. Quella purtroppo è andata persa, ma l’ho sostituita con CD.
B&A
6 Aprile 2008 alle 8:15 pm |
Chi era quello con i capelli lunghi dell’ultimo banco?
P.S.
Ti ricordi quando mi hai fatto registrare un LP su una cassetta che ti avevano dato in omaggio alla Esso?
8 Aprile 2008 alle 11:30 am |
Nella fretta di queste strane giornate pre-elettorali, ho fatto appena in tempo oggi a leggere le prime righe e ho capito che avrei dovuto leggere il tuo post con mooolta calma. Struggente è la parola giusta. Nel frattempo sono andata a vedere “Il futuro non è scritto” e mi ha colpito come un macigno. Ho intenzione di scrivere un post, ma mi deve venire bene, perciò rimando a momenti in cui, finalmente a mente sgombra, possa far convergere parole sensate nella mia testa. Ora ho stampato il tuo post (con la bella foto di Joe, ne ho un’altra bellissima sul desktop!) e appena riuscirò a stare cinque minuti da sola lo leggerò.
L’amica che non conosci.
8 Aprile 2008 alle 9:06 pm |
Vi ringrazio per i commenti. Rispondo solo ora e con ritardo visti gli impegni che saranno argomento dei prossimi post, ma intanto:
@ziomassimo:
bellissimo il tuo commento “punk”. Ti invidio -ovviamente- il concerto dei Clash. Però posso vantarmi di un concerto: i Nirvana al Castello l’anno prima che esplodessero in tutto il mondo. Andammo grazie ad un mio amico che nel gruppo aveva fama di appassionato e conoscitore di ogni tendenza e novità. Credo che leggesse fanzine e i vari Rockerilla, Il Mucchio. Etc. Ricordo che eravamo appena 2000 prsone. E l’anno dopo erano celebrati in tutto il mondo. ;-)
Degli Assalti Frontali amavo molto una canzone dedicata a Silvia Baraldini con la voce di Lucio Manisco. ‘azz che tempi.
Il film “non pensarci” è in programma domani su invito di Eva K. Invece sabato siamo riusciti a vedere il film di Virzi e di cui vi darò conto.
@dioniso:
L’elenco sarebbe stato troppo lungo, ma Pino Daniele era nella mie corde durante la ‘fase’ catautorale…
@Roberto:
Non lo conosci perchè era al biennio, e tu stavi nelle classi nobili, mentre io ero in quelle sfigate e proletarie. :-) La cassetta me la ricordo e mi sa che ti chiesi Theorius Campus. Un’altra cosa che facevo era rimettere la linguetta con lo scotch sotto la cassetta per registrarci sopra. In fondo ognuno di noi aveva le sue idiosincrasie proletarie. Mi ricordo di aver imparato da te l’utilizzo del nastro trasparente sui biglietti ATAC.
@Stregazelda:
molto gradito il tuo commento e sentitamente ringrazio. :-) Buona Lettura.
PS: ho tralasciato molte cose anche per non dilungarmi oltre misura e perchè dimenticate. Ad esempio qualcuno ricorda quella bellissima trasmissione su radio 2? Era StereoDrome. Ogni sera alle 23:00 cercavo di non perderla. E poi a parte vi racconterò della passione intollerante nei confronti della pizzica e della taranta. Da salentino rinato, ovvio.
Un caro saluto a tutti.
9 Aprile 2008 alle 9:09 am |
Che centra il nastro sui biglietti dell’autobus? Stavamo parlando di musica e te ne esci con questa storia? Potrebbe leggerlo qualcuno e sfruttare l’inganno, anche se ormai con i biglietti magnetici non c’è più possibilità.
9 Aprile 2008 alle 12:14 pm |
@ubik: anche io ho tralasciato molte cose. Magari per potercele scambiare un giorno a quattr’occhi (anzi otto, poichè data anche l’età, mi sa che siamo tutti e due occhialuti). Tuttavia a proposito di radio, mi ricordo di intere notti all’ascolto di StereoNotte su RadioRai (apprezzavo molto Massimo Cotto), durante i miei turni di lavoro all’edicola de il Messaggero di Via del Tritone, dove ho lavorato per qualche anno.
11 Aprile 2008 alle 1:33 pm |
Anche io ascoltavo StereoNotte. Che tempi!!!
Un mito per me l’edicola aperta di notte. mi mancano qui a Firenze.