Non sono uno di quei relativisti “a la page” molto ascoltati dalle parti della sinistra estrema per cui la cultura di un popolo bisogna difenderla a prescindere. Se una religione, un paese o una cultura pratica qualcosa contraria alle conquiste di civiltà e democrazia (tipo la dichiarazione universale dei diritti umani) allora bisogna proibire quella pratica o trovare vie d’uscita ragionevoli e non compromissorie (il tipico esempio è la pratica dell’infibulazione). Questo mi era necessario per dire che secondo me ogni cultura, mescolandosi e incontrandosi, cambia e si contamina a sua volta. Il sistema patriarcale dei nostri paesi in epoca pre-industriale è praticamente scomparso o molto ridotto. Quindi non vedo perché i Rom e i Sinti non possano cambiare modi e abitudini. L’accattonaggio, i matrimoni in giovane età, una cura dell’infanzia molto lontana dalla cultura dei diritti come la viviamo oggi. La vista di un moccioso sporco, di una donna incinta che fuma; la vista di un maltrattamento e di una vita negata delle sue possibilità migliori m’indigna e non mi fa essere tenero. Allo stesso tempo non sono di quelli che vuole deportare i Rom e i Sinti, sgomberarli e fare finta di niente. In Italia tira un brutto clima e i capri espiatori sono pronti per il loro sacrificio: oggi appunto sono i nomadi, verso cui non c’è nessuna indulgenza, ma rimane assente anche ogni forma di pietà umana e di compassione e solidarietà. Sono rimasti i preti a farla: quelli scomodi e molto terragni. La sinistra estrema scende in piazza con qualche bandiera a gridare, compra qualche ciotola di rame di una qualche cooperativa: molto equo, ma intanto nasconde a se stessa le condizioni in cui vivono queste persone e non tollererebbero verso i figli quello che fingono tollerare per questa povera gente. Quanto a rimboccarsi niente da fare. È molto più chic solidarizzare con don Nicolini della Caritas di Bologna o con don Colmegna della Casa della Carità di Milano. Loro le maniche se le rimboccano (su una città si leggeranno nei prossimi numeri le relative interviste) e le mani se le sporcano davvero. Gad Lerner (che oggi ha pubblicato un articolo su Repubblica, si può leggere qui) se ne è occupato molto a L’Infedele in trasmissioni coraggiose, ma non facili e una volta rimasi colpito da normali signore –che mai lo diresti- che da insegnanti raccontavano un episodio che mi aveva commosso: in uno dei tanti sgomberi a Milano dei bambini Rom loro alunni, gli corsero incontro quando saputa la notizia le stesse si recarono al campo; questi bambini, scalzi, si preoccupavano di salvare i quaderni affidandoglieli. Don Colmegna invece raccontava di come organizzasse un pullman con tutti gli uomini a bordo girando per la città ogni notte alla ricerca di un posto che li ospitasse, sempre e solo parrocchie. Non le istituzioni, non i partiti, non i movimenti. Tra i tanti episodi, mi ricordo quando negli anni romani ci organizzammo tra amici per operare in un campo Rom e avviati i colloqui con il capo del campo (rigidamente suddiviso secondo le “etnìe”) ci disse di come non raccogliessero rifiuti, copertoni e altro per non perdere gli aiuti dei servizi sociali: un circolo vizioso. Il privilegio di sentirmi tollerante implica il dovere di pretendere un patto leale e chiaro con gli interessati di questa mia simpatia. Nel caso dei Nomadi si tratta di un patto di convivenza: ti forniamo strumenti e attrezzature, ma devi gestirtele e mantenertele, pena perderle: come si può leggere tra l’altro su l’ultimo numero di Testimonianze. Io mi sono votato alll’unica strategia e pensiero politico possibile: quella del negoziato, dell’ascolto, della condivisione delle responsabilità. Che implica un surplus di impegno e intransigenza. La costruzione di Buone Pratiche, la ricerca di soluzioni, la mediazione è anche parte del mio lavoro e delle mie passioni. Quello che è successo a Milano (e di cui si vanta, il prefetto di Milano De Corato) è molto triste e preoccupante: un clima fatto di indifferenza e cecità ha già prodotto una catasfrofe per le vittime che subirono persecuzioni e sterminio (sempre “ragionevolmente” giustificate dai solerti funzionari che applicavano e non vedevano). Allo sgombero l’unica voce indignata è stata quella della Chiesa di Milano con la lettera riproposta qui sotto. Di altri non c’è notizia. Quindi mi domando. Visto che gli intellettuali e i politici del centro-destra sono così “devoti” e ammirati per la chiesa, la fede, la cultura cattolica che fanno ascolteranno? E i padani leghisti che dopo le ampolle (sic) celtiche scoprono la fede cristiana –contro la musulmana, of course- che dicono? che sono cattocomunisti? Mi sa tanto che tutti sti devoti clericali seguiranno le sgambettate velistiche per poi battersi il petto. Però a sinistra non ce la passiamo meglio. Iniziamo dai fissati con la laicit : l’unica realtà che ha preso le difese civilmente e che si é seriamente indignata doveva tacere per ingerenza nelle cose dello stato italiano? Prendiamo poi la sinistra estrema: quella in cachemire e quella stracciona dei Centri Sociali. ‘Ndo stanno? Sempre pronti a far presidi contro gli sfascia vetrine arrestati, armati e incazzati per difendere lo sgombero di una pattumiera dove la sera farsi le canne. Che fanno? Scommetto che manifesteranno: numerosi, compatti, duri. Poi tutti a casa. Con i soliti fessi a far da mangiare e cercare posti alloggio.
Via Bovisasca gli sgomberi non sono la soluzione.
La legalità è sacrosanta. ma l’impressione è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti dai ondamentali diritti umani Allontanare questi disperati, senza pensare a un’alternativa, cosa produce? Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza, specie per i più deboli?
(da www.chiesadimilano.it, 01/04/2008)
Editoriale
Ègiunta all’epilogo la situazione del campo rom abusivo di via Bovisasca. Da una decina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nei pressi dell’ex area Montedison. Ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche hanno inizialmente “compattato” il campo, impedendo nuovi arrivi, mandando così un chiaro segnale agli occupanti per indurli a non ritenere definitiva questa situazione. Interventi nell’immediato positivi, che sono serviti anche a costruire una fascia di sicurezza intorno al campo, per evitare provocazioni dall’esterno (che non sono mancate, specie ad opera di qualche esponente politico in cerca di visibilità).
Non si spiega invece la logica di quanto sta accadendo dall’alba di stamane, martedì 1 aprile: le forze dell’ordine si sono attivate per sgomberare tutti gli occupanti del campo. Nulla da eccepire sulla necessità dell’intervento: non era sostenibile il protrarsi di questa soluzione. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce?
Presto detto: alcuni nomadi (ma tra loro sono molti i rumeni non rom) hanno tentato di entrare nell’area dimessa in via Colico. Allontanati. Un gruppo più consistente, un centinaio di persone, ha lavorato tutta la mattina ricostruendo i propri miseri cubicoli di assi in via Poretta a Quarto Oggiaro. Tra loro molti giovanotti (rientrati precipitosamente dai cantieri dove lavorano per ricostruire la propria “casa”) ma purtroppo anche donne in avanzato stato di gravidanza, una ventina di bimbi sotto i dieci anni e diversi piccoli al di sotto di un anno. In tarda mattinata le ruspe hanno di nuovo demolito questa ulteriore sistemazione.
Ora queste persone (donne incinte e neonati compresi) stanno vagando per la città in cerca di un ulteriore spazio dove costruire un riparo e – probabilmente – attirare nuovamente le ruspe per l’ennesima demolizione. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati?
La legalità è sacrosanta: ma l’impressione è che qui si stia scendendo abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani che imporrebbero, insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati e le donne in gravidanza.
Ci sono delle persone non in regola con la legge: occorre che la legalità prevalga nei loro confronti. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano, con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza di loro lavora, tanti con un regolare contratto. Molti giovani uomini faticano nell’edilizia e in società attive dentro gli spazi della Fiera: 10 ore di lavoro al giorno, per sei giorni la settimana, per 800 euro al mese.
Una domanda allora si impone: a Milano questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che non stanno a Milano per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro Milano ha necessità. Cosa ne sarebbe infatti dell’imprenditoria ambrosiana e lombarda senza la manovalanza a bassissimo costo che rumeni (e non solo) offrono?
Non si vede traccia di un progetto a lungo respiro, di un piano condiviso: nessuno da solo può risolvere questa emergenza. Il volontariato da solo non riesce più a far fronte alla situazione. Don Colmegna e la Casa della Carità non possono farsi carico di altri ospiti, sono oltre le loro capacità ricettive. Non possono risolvere il problema da soli le forze dell’ordine (non è soltanto una questione di ordine pubblico), non è compito solo della politica e degli amministratori. Per uscire dall’emergenza e dalla logica dell’occupazione, dello sgombero, dell’ulteriore occupazione occorrono scelte condivise tra tutti gli attori prima citati e una progettazione a lungo termine.
Ricordava l’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, nell’ultimo discorso alla vigilia della festa di S. Ambrogio: «Le attività della Caritas diocesana, della Casa della Carità, delle altre associazioni e gruppi di volontariato da sempre sono indirizzate a sviluppare percorsi di integrazione avvicinando le persone, cercando per loro un lavoro dignitoso e onesto, accompagnando e inserendo i bambini nelle scuole. Ma questa disponibilità operativa e tante volte faticosa ha bisogno di un maggior dialogo con le istituzioni, chiede di sentire le istituzioni alleate, ancora più presenti, autorevoli, capaci di far rispettare le leggi e solidali nel combattere la miseria».
È urgente la costituzione di un luogo istituzionale nel quale valutare come governare il problema. Così come è urgente tutelare i minori. Come il Tribunale dei minori può confermare, l’intervento a questo proposito delle Amministrazioni locali non è facoltativo ma obbligatorio.
C’è da augurarsi che il clamore e i festeggiamenti per la grande opportunità conquistata con l’Expo 2015 non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là, i drammi di questa città.




5 Aprile 2008 alle 9:59 pm |
caro ubik, arrivo oggi dal convegno missionario nazionale per seminaristi che si è svolto al seminario di seveso. per adesso ti posso solo dire che ho avuto la fortuna di ascoltare il card. tettamanzi che ha parlato a noi e che mi sono commosso quando nella preghiera dei fedeli durante la messa si sono ricordati i rom e i loro diritti violati. buona notte
8 Aprile 2008 alle 9:17 pm |
Caro Andrea. Seguo con molta attenzione la diocesi di Milano da sempre. Ha sempre dimostrato apertura e intelligenza. Il card. Martini continuo a seguirlo con passione e la tradizione di Borromeo si fa ancora sentire. E’ la cristianità che sento molto vicina. A presto e cari saluti.