
La questione dell’aborto ci viene proposta in modi semplicistici e quindi brutali dalla stampa: segue accadimenti di cronaca fino a ieri trascurati e relegati nelle notizie in breve o dettagliate nelle cronache locali. Ma visto che la polemica e la campagna violenta e appassionata di Ferrara ha riportato il tema al centro dei “1500 lettori dei quotidiani” notizie e cronache relative a questo tema; i telegiornali (soprattutto Mediaset) propongono interviste e storie riprese dalle sollecitazioni del Giulianone. Quindi continue interviste a persone che nate premature oggi vivono una vita normale; per giorni ci si è occupati del suicidio del primario di Genova che operava aborti clandestini; di oggi la notizia della ragazza 14enne che vuole tenersi il bambino, mentre i genitori erano contrari e propensi a farla abortire. Salvo sparire quando il Barnum di Ferrara passerà. Insomma è difficile assumere una posizione tutta tonda, almeno per me: due piccole notizie molto private mi hanno colpito e fatto pensare.
Certamente l’irruenza violenta e strumentale di Ferrara mi infastidisce e fa torto alla sua intelligenza, ma per chi non ha mai fatto i conti con la “falsa ideologia” della borghesia comunista è difficile riconoscere la malafede nel sostenere determinate battaglie culturali. Come si leggerà nella recensione l‘idea provocatoria della “moratoria” per l’aborto è nata, all’ONU nel 2007, su iniziativa dei paesi favorevoli alla pena di morte – e precisamente dall’Egitto, dall’Iran, dal Sudan, dalla Libia, Arabia saudita, più gli Usa e altri. Il fatto che dunque è un’idea nata per intralciare la moratoria contro la pena di morte. Ferrara se ne è appropriato e in malafede confidando della disinformazione generale, ha glissato sulla provenienza.
A questo proposito mi è arrivata la segnalazione dagli amici della Fondazione Langer la recensione di Anna Bravo (che seguo con piacere e interesse) al libro di Adriano Sofri: “Contro Giuliano – Noi uomini, le donne e l’aborto” Sellerio, che comprerò appena potrò.
Anna Bravo è una di quelle donne che seguo con piacere e costanza: stimola pensieri interessanti e punti di vista illuminanti e autenticamente femminili; ha insegnato Storia sociale nell’Università di Torino, si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile. Fa parte della Società italiana delle storiche. e ha scritto tra l’altro “In guerra senza armi. Storie di donne. 1940-1945” insieme ad Anna Maria Bruzzone per Laterza e presto uscirà “A colpi di cuore. Storie del sessantotto” del 2008. Tanto per dire. Nel 2005 un suo intervento “Noi e la violenza, trent´anni per pensarci.” (che è possibile scaricare da qui) scatenò un dibattito serrato tra donne, femministe, militanti e intellettuali molto interessante e per certi versi disarmante. Di seguito
la recensione al libro di Sofri e ripropongo la sua replica alle critiche da “sinistra” (chiamamola così e il mio consiglio è quello di seguire i link proposti nell’articolo) a quell’intervento del 2005. se volete potete completare il dossier sull’argomento con gli altri due post che ho dedicato all’argomento: qui trovate un bell’articolo della Gramaglia e qui Pasolini e Bobbio sull’aborto. Buona lettura.
Il femminismo e la perdita di innocenza maschile
la campagna del direttore del “Foglio” è piombata su un terreno delicatissimo spingendo indietro dubbi e riflessioni
DALLA PARTE DELLE DONNE di Anna Bravo (da la Repubblica del 14 marzo 2008).
QuestolLibro – Contro Giuliano (Sellerio, pagg. 160, euro 10) - è un doppio esercizio di amicizia. Forte, sommessa, sorvegliata, verso le donne. Sciolta, pronta al conflitto e fiduciosa che non sia distruttivo, verso Giuliano Ferrara. Varrebbe la pena leggerlo anche come un esempio di cura per le relazioni, di impegno alla ricerca di un linguaggio capace di impedire che il dissenso diventi dissidio – un esempio, non un modello, visto che ogni rapporto ha la sua storia.
Ma è un esempio che può estendersi dal legame Sofri-Ferrara ad altri protagonisti e soprattutto protagoniste del dibattito di oggi. Prendersi in parola e sul serio è il primo passo per trasformare uno scontro in una vincita a due, talento grandioso, difficile da raggiungere, legittimamente parziale. Non lo si spende per tutti. L´importante è che sono rimasti aperti (o sono nati) flussi di amichevolezza fra donne di idee e sentimenti diversi. La mia amica Nicoletta Tiliacos, nemica strenua dell´aborto chimico, non per questo vuole meno bene a me, che sono possibilista, né io a lei. Merito nostro. L´iniziativa di Ferrara può aver reso molte persone più sensibili, ma a livello pubblico è piombata su un terreno delicatissimo, spingendo indietro dubbi e riflessioni, creando un muro contro muro in cui chi apre bocca si trova subito arruolato nell´uno o nell´altro schieramento.
Di fronte al gran parlare di queste settimane, c´è bisogno di ricordare (o rivelare) alcune verità. Sofri se ne fa carico, con puntiglio e senza quel sarcasmo che nei primi anni Settanta era la sua cifra più ammirata, ma che in fondo è violenza fatta parola. Chi legge scopre cose su cui pensare. Che il cortocircuito aborto/pena di morte non l´ha inventato Ferrara, ma alcuni Stati amanti della forca, che l´hanno usato per giustificare il loro no alla moratoria sulle esecuzioni capitali: se si fossero sospese, era il loro argomento, si sarebbero dovute sospendere anche le norme di legalizzazione. Che dietro la formula «sono contro l´aborto» si possono trovare le idee più varie, come nella improbabile dichiarazione di essere a favore. Che anche negli anni Settanta il concetto di diritto all´aborto era controverso; negli stessi Stati Uniti, dove il liberalismo esaltava l´autodeterminazione dei cittadini e le lotte dei neri facevano scuola, la prospettiva non è mai stata la semplice aggiunta di un diritto agli altri. Le attiviste pro choice sostenevano piuttosto che lo Stato dovesse fare un passo indietro, mettendo fine alla sua ingerenza in scelte intime e personali. E infatti la famosa sentenza sul caso Roe versus Wade non si appoggia al principio della libera disponibilità del proprio corpo, ma alla privacy, alla facoltà inalienabile «di definire la propria concezione dell´esistenza e del senso della vita».
Infine punto cruciale Sofri scrive che associare aborto e Shoah non innalza il primo, rischia piuttosto di polverizzare la seconda, facendo cadere un tabù indispensabile e già vacillante. E non si attarda a spiegare, perché a chi li considera assimilabili non manca necessariamente l´informazione, manca un cuore vigile.
Ma non è per questo che il libro si fa voler bene – e da altri si farà detestare. E´ per qualcosa di semplice, all´apparenza: la rinuncia dichiarata e praticata a parlare per le donne, a mettersi al loro posto su un terreno che resta irrimediabilmente straniero a chi donna non è. Nato dalla paura millenaria per la capacità generativa femminile, il desiderio di controllarla si è sempre giustificato nella presunzione di saperne di più delle donne stesse, di più della coppia madre/feto e madre/bambino, e dunque di poterle definire e regolamentare. Lungo processo, portato a compimento nel secolo superbo e sciocco. A inizio Ottocento il corpo parla ancora, con i suoi dolori, gonfiori, movimenti del feto, ed è ascoltato; alla fine del secolo, è ormai zittito a vantaggio delle mani del medico, dello stetoscopio, dei raggi X. E la gravidanza diventa un insieme di riscontri “oggettivi” valutati da professionisti. A una donna non si spiega solo la trasformazione di cui il suo corpo è protagonista il che è positivo, e può preludere a una buona alleanza con il medico; le si anticipa quel che deve provare. Parlare per le donne significa anche voler pensare per loro. Quando negli anni Settanta una ragazza diceva a un maschio: «parla per te», sottintendeva: «e non credere di poter pensare per me». Oggi ci sono ancora (di nuovo?) uomini che se lo permettono, e forse sono aumentati. Resta il fatto che i maschi possono sì continuare a parlare a nome delle donne, ma hanno perso il diritto a farlo con “innocenza”. Femminismo, grazie.
Sofri parla per sé, e a un altro uomo. Gli sembra che Ferrara coltivi l´illusione di poter conoscere l´esperienza dell´aborto, come se la pancia fosse la sua, suo il feto, sua la sensazione di mandarlo via, suo il vuoto che resta. Invece c´è un limite, ricorda l´amico all´amico. Esiste qualcosa che si può provare a immaginare, ma sapendo che si resta comunque al di qua, nel pezzo di mondo dove fare un figlio è questione di 20 secondi, fare un aborto può essere un problema di soldi oppure un tormento, ma non diventa mai un´esperienza propria. La più sventata delle ragazzine ne sa di più del filosofo, dello scienziato, persino del compagno che le sta vicino. Può sembrare ovvio, e non lo è.
Nel discorso di Ferrara il vizio del parlare per le donne arriva al paradosso di definire l´aborto un omicidio, invitando però le esecutrici a non ritenersi assassine. O l´uno o l´altro, scrive Sofri. Niente sconti, aggiungerei. Perché il solo modo di tenere insieme quel non senso è considerare le donne un po´ meno responsabili, un po´ meno imputabili, come stabilivano un tempo alcuni codici. Minori a vita. Oppure prototipi della vittima, condannate a competere per la palma dell´oppressione in un mondo dove questa figura ha conquistato una potenza simbolica smisurata. Dietro l´appello all´amore, forse c´è una visione del sociale schiacciata sulla dicotomia offensore/vittima, che è parallela alla dicotomia amico/nemico.
Certo: l´aborto ha una faccia maschile, nasce dalla leggerezza degli uomini, dalla loro incapacità di accettare una gravidanza imprevista. Da viltà Sofri usa deliberatamente il termine “raschiare” per dire che l´evenienza dell´aborto spreme quanto c´è di meschino in un maschio. Cita Carla Lonzi, che scriveva 38 anni fa: «La domanda da porsi non è se abortire o no, è: “per il piacere di chi sto abortendo?”». Forse è così ancora oggi. Ma nel frattempo tante cose sono cambiate, in tema di vita, morte, dolore. Mi sarebbe piaciuto che in questo libro si dedicasse più spazio alla tendenza di nuovo in atto a “umanizzare” l´aborto in nome della sofferenza femminile. Assassine ma afflitte, oppure innocenti e afflitte. Nel dolore siamo tutte uguali, diceva un titolo di giornale, giorni fa. La maternità «è tutta e sempre un martirio», scriveva Paolo Mantegazza, «e la donna è sempre madre, anche quando è vergine».
Allora, chi non soffre è un´assassina tout court? Il dolore è tornato un obbligo, il solo riscatto socialmente accettato? Spero che anche di questo si parli fra uomini. Ma al modo di Sofri. Invece mi auguro che a nessuno venga in mente di scrivere un libro intitolato Lettera alla mia compagna che ha abortito.
NOI, l´aborto, la violenza di Anna Bravo (la Repubblica del 15 02 2005)
Ho scritto un lungo articolo sugli anni Settanta, titolo: Noi e la violenza, trent´anni per pensarci. Ora potrei scriverne un secondo sulla violenza che mi si è rovesciata addosso appena è uscita, sulle pagine culturali di Repubblica, un´intervista di Simonetta Fiori che presentava quel mio testo e il fascicolo della rivista Genesis dedicato ai femminismi del decennio. La storia del Novecento rischia sempre polemiche, quella della “stagione dei movimenti” è particolarmente esposta, ma non ricordo bagarre simili. Perché, eccetto alcuni interventi sereni, proprio di bagarre si è trattato, con il corredo di insulti e accuse di falso, incompetenza, intimismo, revisionismo (dall´altro ieri anche di ritrattazione). Devo essermi avventurata su un terreno minato.
Sono altrettanto indicative le modalità. Inizialmente si forza lo scritto di Simonetta Fiori, impegnativo ma di taglio necessariamente breve; oppure, vecchio stratagemma discorsivo, mi si fa dire qualche sciocchezza che non ho detto, e ci si applica a dimostrare il contrario. Nel giro di due giorni, scatta la logica del “so ben io di cosa parlo”: all´articolo di Repubblica non ci si riferisce neppure più, basta alludere (qui vale la pena citare testualmente Elettra Deiana, Liberazione del 6 febbraio) alle “gravissime dichiarazioni di Anna Bravo”, che dimostrerebbero come la “devastante marea montante della restaurazione cristiana bianca occidentale che va diffondendosi minacciosa nelle nostre contrade, a cominciare dagli Usa, (arrivi) fin dentro le pieghe della nostra stessa storia”. Ma non esageriamo!
L´aspetto più sgradevole è che nessuna aveva letto le quaranta pagine del mio testo. Ci vedo non solo una mancanza di rigore culturale, ma una frivolezza che disdegna la fonte diretta, che dissuade dal dire “Preferisco di no” persino quando sembrerebbe elementare: prima leggo, poi parlo. Naturalmente è difficile affrontare quegli anni, perché sono stati anche il tempo in cui uno spaccato consistente di giovani persone ha sperimentato la presa di parola, la gioia di vivere e inventare in comune, e noi donne anche l´autocoscienza e spazi nuovi di libertà mentale. Per di più, “noi” è un pronome sconsigliabile, il cui ambito di riferimento va ogni volta specificato: femminismo “storico”, delle donne radicali, del sindacato, dei partiti, dei gruppi extraparlamentari. Per questo si usa il plurale femminismi.
Sebbene ci si possa appoggiare a riflessioni e ricerche preziose di alcune donne (e di rari uomini), mi sembra ancora più difficile affrontare la storia del rapporto donne/violenza in quegli anni. Alcune militanti dell´Autonomia proponevano di creare Ronde rosa per difendersi dalla polizia. La Libreria delle donne di Milano elaborava la tesi dell´estraneità femminile come “scelta politica di separazione di un pensiero femminile differente”. Dentro Lotta Continua c´era stato prima disagio, poi muro contro muro fra donne e servizi d´ordine. La libreria delle donne di Torino teorizzava il rifiuto “del sangue della croce, del sangue delle Rivoluzioni”, ma – Moro prigioniero – sceglieva di non schierarsi fra lo Stato e le Br. E c´erano altre posizioni ancora, e ciascuna poteva variare nel tempo.
A me non interessa fare la contabilità della violenza femminile, ma lavorare sul rapporto con la distruttività di allora e sui modi in cui è stato (o no) ripensato. Non mi interessano tanto le protagoniste della violenza, quanto le molte donne che l´hanno incrociata, vista, tollerata, temuta. Donne che valutano appieno la differenza fra partecipare, essere spettatrici, contrastare, ma che condividono un´idea: da quegli anni e dalla responsabilità di cercare una misura onesta per raccontarli, è difficile chiamarsi del tutto fuori – a meno di considerare i violenti e i terroristi una specie un po´ meno umana della nostra.
Oggi dire che l´ideologia della violenza rifondatrice era cruciale nell´orizzonte della sinistra extraparlamentare (e non solo) è un semplice punto di partenza, e mi sembra quasi scontato aggiungere che il contesto ha avuto sì un peso, ma che è stato usato troppo volte per sgusciare fuori dal campo della responsabilità personale. Eppure esistevano alternative, e mi preme appunto ripensare agli incontri mancati, al non inevitabile effetto di cecità verso altre genealogie che derivava da quel mito della violenza. Chi di noi, donne e uomini, si è confrontato seriamente con i nonviolenti che digiunavano per il riconoscimento dell´obiezione di coscienza, con la disobbedienza dei radicali, con le opere di Thoreau, Gandhi, del nostro Capitini? E con che distratta condiscendenza guardavamo a Mondo Beat, la rivista dei cosiddetti capelloni, che in una campagna per la nonviolenza e contro il militarismo denunciava l´aggressione americana in Vietnam, quella sovietica in Ungheria, quella cinese in Tibet, riconducendole al primato dell´ideologia sulla vita.
C´è ancora da riflettere, e lo stesso vale per l´aborto. Trent´anni fa, credo che non potessimo pretendere da noi stesse più di quanto stavamo variamente elaborando, dalla denuncia dello scandalo degli aborti clandestini alla domanda radicale di Carla Lonzi: “per il piacere di chi sto abortendo?”. Avremmo meritato una legge migliore. Che sia rimasta un´area di non detto, o non pensato, è addirittura ovvio ? eravamo giovani, nel pieno della lotta per la depenalizzazione, si viveva di corsa; sul possibile dolore del feto oltre un certo stadio della gravidanza, la medicina taceva, e infatti la parola sofferenza veniva riferita a una patologia, mai a una sensazione. Non so se qualcuna abbia formulato la domanda che viene spontanea di fronte a qualsiasi intervento chirurgico: “Farà male?”. Sarebbe stata una buona presa di distanza dal potere medico-scientifico, di cui stavamo denunciando la simulazione di neutralità su altri terreni; e un passo in più sulla strada della cura. Se si dà credito al dolore delle donne, bisogna dar credito anche all´impegno (di molte, di alcune?) a non duplicarlo nel feto, dunque ad aumentare l´attenzione contraccettiva, e magari a sollevare la questione delle tecniche più protettive per provocare, o scongiurare, l´aborto. Interrogativi improbabili, allora – ma nessuna ha mai sostenuto che le sole domande da porre fossero quelle ragionevoli, rispettabili, a risposta garantita. Certo il clima non ci aiutava: fra noi (un noi ampio e misto) c´era ben poca sensibilità alla condizione aurorale, sospesa, terminale, o alla prossimità fra l´umano e il resto del mondo senziente. «Vi siete mai chiesti che cos´avranno pensato le capre di Bikini? E i gatti nelle case bombardate?», scriveva Calvino nel ‘46. La nostra risposta sarebbe stata: no.
Penso anche al dopo, e al presente, ai vari medici e ricercatori laici e pro choice che sul problema della sofferenza invitano a dare al feto il beneficio del dubbio, perché se una cosa va fatta, bisogna scegliere il modo meno doloroso per tutti; al fatto che in futuro sarà sempre più difficile distinguere non tanto fra persona e non persona, ma fra persona e persona (le manipolazioni genetiche e estetiche, il trapianto del volto e delle mani), fra vivente e non ancora o non più vivente, fra umano e tecnologico, fra natura e tecnonatura. La differenza, dice Rosi Braidotti, è diventata una categoria nomade. In questi giorni, penso ad alcune pacate inquietudini che ho avvertito.
Eppure, dire che il corpo femminile è vittima di manipolazione cruenta e nello stesso tempo tramite di una violenza contro il feto non equivale a equiparare aborto e terrorismo. E´ nominare un dilemma, angosciante, forse esposto a strumentalizzazioni; il rischio è che non si trovi mai il momento adatto per enunciare temi controversi.
Sì, il rapporto con la violenza è un punto delicato, ma non necessariamente un punto debole, tanto più che, come problema storico-teorico e come dannazione del presente, molte donne se ne sono fatte carico. Perché non discuterne pacificamente? Tutto quel che ho scritto qui si trova nel testo ignoto.








