

Dietro la porta di ingresso della nostra casa (quella che stiamo lasciando, ma sarà così anche nella nuova) teniamo attaccate queste due foto. Sono un po’ quello che siamo e non solo. Una foto rappresenta quel modo aperto e curioso oltrechè generoso che era di Alex Langer: viaggiatore irrequieto e attratto dalla vita (figura alla quale sono parecchio affezionato e al quale dedicherò un post. Pensate che uno dei suoi scritti -quello su S. Cristoforo fa parte del corteggiamento tra me e woodstock; l’altra è la “Marianna francese” come venne definita: su uno sfondo di alberi e palazzi di mansarde spiccava bella e fiera. Le Monde pose fine al mistero e venne identificata (Caroline de Bèndern, nipote di un nobile inglese che dopo aver visto la foto la diseredò, vive fra Francia e Africa con un musicista jazz).
Siamo nati in quegli anni e tra le tante cose vissute e condivise insieme, woodstock e il sottoscritto, ci sono molte esperienze che sono l’eredità migliore di quella “meglio gioventù”. Alla rinfusa: don Milani, Martin Luther King, Adorno e la scuola di Francoforte, la Beat Generation e molto altro che non sto ad elencare.
Tutto questo per segnalarvi in tempo utile che oggi su radio 3 alle 15:00 la nostra trasmissione preferita: Fahreneit (tra l’altro è possibile ascoltare la parte della puntata di ieri dedicata al perdono), condotta dal migliore conduttore radiofonico in circolazione [ascoltare per credere] Marino Sinibaldi, trasmetterà in diretta da Valle Giulia per i 40 anni dai famosi fatti (in caso contrario potrete recuperare la puntata dall’archivio del sito). Siete invitati a sintonizzarvi! A margine: è di oggi la notizia che è morto per un infarto Buddy Miles -batterista di Jimi Hendrix.
Per completare il tutto, di seguito un articolo di Goffredo Fofi pubblicato su Il Messaggero di oggi:
di GOFFREDO FOFI da Il Messaggero del 29 febbraio 2008
A VALLE Giulia non c’ero, ma fu per caso. Vivevo a Milano, però giravo come una trottola da un’occupazione all’altra, senza ambizioni di leader ma per seguire gli avvenimenti per i “Quaderni piacentini” di cui ero l’anima errante. Del primo ’68 fui entusiasta: la storia ripartiva, dopo anni di opaco conformismo! L’università l’ho vista da dentro per la prima volta a Torino, ero più vecchio degli occupanti, ma non era un problema. Ricordo il genuino entusiasmo di alcuni miei “maggiori”, più saggi e vecchi di me, come Aldo Capitini, Ada Gobetti, Elsa Morante… Cosa vedevamo nel movimento degli studenti? Un risveglio possibile del Paese, la riapertura di un discorso di novità interrotto nel ’63, quando una pessima classe dirigente (quella di oggi non è migliore!) aveva bloccato la possibilità di usufruire del momento d’oro del boom e di procedere alle “riforme di struttura” che avrebbero avviato a soluzione i problemi irrisolti del Paese. Perdendo quel treno, siamo lentamente precipitati nel casino che ben conosciamo e che non avrà facile fine, di scollamento in scollamento e di corruzione in corruzione.
A ritroso, credo di aver capito che il ’68 non fu, in Italia, una vera “novità”, l’apertura a un futuro nuovo, e fu invece la risposta a quelle inadempienze, a quell’ottusità, a quei rifiuti: alle mancate riforme.
Il ’68 durò peraltro assai poco, in quanto novità portata dal movimento degli studenti, che “partivano da sé” cercando una scuola migliore e per tutti, non solo per i figli dei borghesi e dei garantiti quali erano (vedi l’influenza di Lettera a una professoressa, ma anche, nelle parti più sveglie, di Marcuse, dei situazionisti, del movement Usa). Fu questo, credo, che non capì Pasolini, ma probabilmente già a Valle Giulia, a Roma, si potevano vedere in azione le componenti della rivolta più aggressive, e più borghesi. O più tradizionali. Il ’68 durò poco, finì addirittura nell’estate del ’68, con il convegno di Venezia in cui si dimostrò la fragilità di una leadership di “ragazzini”, nel pieno di un successo determinato dall’attenzione di tante parti di una società risvegliata proprio dal ’68. Il movimento reagì dandosi leader con una storia politica alle spalle, e per quanto sotto i trenta, i Capanna, i Sofri, i Brandirali ne sapevano di più, di “politika”, formati nella vecchia sinistra comunista o socialista. Nacquero i gruppi, che scimmiottarono negli organigrammi e nelle idee il peggio del leninismo. Di tutta la produzione teorica di quegli anni, qualcosa di valido per l’oggi l’ha scritta solo Alex Langer. E oggi la storia di quegli anni la raccontano due categorie di cui non fidarsi, gli ex leader e i terroristi, deriva staliniana.
Tutto questo è molto lontano. Sta agli storici seri, se ce ne sono, discuterne. Ma resta ben chiaro che ieri come oggi e oggi più di ieri “ribellarsi è giusto”, a partire da una rigorosa congiunzione di fini e di mezzi. E che questa società è molto più fetida di quella di allora.



