
Sollecitato da alcune discussioni con diversi amici. Sollecitato da un commento ad un mio post sento l’urgenza di scrivere quanto penso dell’aborto e della 194. Vista la battaglia culturale, ma non solo, che si sta facendo intorno a questo tipo di questioni. Secondo un’opinione molto diffusa e sostenuta con molta caparbietà, e non senza qualche ragione, dalle donne, un uomo non dovrebbe intromettersi oppure dovrebbe intervenire con molta cautela. Ecco, io sono di questo secondo avviso. Del resto rimango convinto che gli uomini in materia c’entrano eccome. Però dal lato peggiore. Perché non è raro imbattersi in mascalzoni che spariscono quando capiscono di trovarsi davanti ad una gravidanza che li vede, come minimo, responsabili.
Discutere di questi temi, secondo me, significa affrontarli secondo i due aspetti seguenti: la legge 194 da una parte e l’aborto dall’altra. Può apparire singolare, ma solo all’apparenza. Cerco di spiegarmi meglio.
La legge si occupa della salute e della tutela della donna, secondo valutazioni fatte all’epoca dlla stesura. L’aborto è un problema più grande e doloroso. Personalmente credo sia un errore considerarlo un diritto, come fanno i radicali. È un dramma, spesso vissuto in solitudine.
A volte i detrattori della legge sostengono che per alcune donne non si tratti di una sofferenza, ma una forma contraccettiva “post-extremis”. Però non viene considerato che una persona che fa un tale ragionamento, forse non è neanche in grado di pensare la responsabilità e i compiti onerosi per crescere un figlio.
Nel post “elettorale” sostenevo che la 194, dimezzando il numero degli aborti, è una legge “prolife” e sono stato invitato al seguente ragionamento: “gli aborti non sono dimezzati” bisognerebbe “confrontarli coi nati” per vedere “la differenza”. A questo punto ho voluto dare un’occhiata ai numeri per capire come poter mettere in relazione le due cose. Leggendo e traducendo i numeri del Ministero della Salute per gli anni 2005 e 2006 ho fatto delle scoperte interessanti: nel 2006 si registra il minimo storico da quando è stata introdotta la legge: 130.000 (!) e incrociando i dati si vede che il rapporto è di 234 aborti ogni 1000 nascite. Quindi mi rimane ancora oscura l’obiezione succitata e penso che non sia del tutto corretta l’interpretazione che ne deriva. Inoltre le ragazze sotto i vent’anni che ricorrono a questa dolorosa esperienza sono solo 7 su 1000 –tra l’altro inferiore alla media europea, con buona pace di chi sostiene l’utilizzo “contraccettivo”.
Però non voglio far finta di niente e devo confessare che il numero di 130000 aborti mi ha colpito. Secondo il mio punto di vista non sono pochi. E il sospetto che sono i soggetti più deboli e più esposti a incrociare tale destino viene confermato da una serie di dati: le italiane sono state 93.000 (confrontando con il 1982 sono il 60% in meno), il resto sono donne immigrate, infatti dal 10% del 1996 si è passati al 29% del 2006. il rapporto è che ogni tre donne, una è una donna immigrata. Considerando che probabilmente nel 1996 le donne immigrate erano meno numerose rispetto al 2006, dobbiamo aspettarci una crescita di questo fenomeno. Le cui ragioni sono in una serie di difficoltà di vita e non godono di garanzie e tutele. Tra le italiane le laureate sono il 6.5%, contro il 46.7% di chi è in possesso di una licenza media. È un fatto di fragilità e quindi di protezioni che vanno applicate se si vuole che quel numero (per la mia sensibilità, molto alto) scenda.
Parlato della legge vorrei aggiungere alcune cose riguardo la battaglia culturale in campo. Che con la legge –secondo me- non ha da spartire molto se non il fatto che legifera una materia.
Tranne qualche scriteriato estremista, non penso che l’aborto sia un diritto. Ma una scelta che a volte s’impone per una gravidanza che non viene desiderata. Personalmente uso un’espressione attribuita a Pasolini (che sia chiaro: non lo amo e sono molto critico con il suo pensiero): favorevole con la testa, contrario con il cuore. Infatti mi riesce difficile accettare una scelta del genere. E mi angoscio se solo ci penso. Sarà che avrei desiderato una famiglia numerosa e che riusciremo a realizzarla.
Comunque trovo indecente le argomentazioni di Giuliano Ferrara perché –scusate la presunzione- sono fatte in malafede. E dimostra come la borghesia comunista non sia capace di evitare la cosiddetta “doppia morale”, molto in voga nella chiesa comunista. Tradotto significa: “parla come mangi” e volendo essere un pochino più raffinati: coerenza tra quello che si pensa e quello che si fa. Tra l’altro, visto che Ferrara la butta sul privato delle singole scelte di vita (come ha fatto nel caso di Napoli) allora va detto che forse (forse?) la sua foga nella battaglia antiabortista sta nel fatto che ha avuto ben 3 occasioni in cui le sue compagne hanno abortito: senso di colpa?
Comunque alle tesi di Ferrara, Socci, Binetti e compagnia bella bisognerebbe ribattere con una sola domanda per poi chiudere il discorso: se così tanto vi sta a cuore la vita, addirittura di quelli che dovranno nascere perché –vista la vostra privilegiata posizione sociale, economica e culturale- non adottate dei ragazzi grandini già orfani e indegnamente dimenticati nel limbo degli istituti? Non chiedete ad una giovane coppia di farsi carico di ciò, ma fatevi voi carico della praticità delle vostre idee. La verità è che prevale un’idea slegata dal principio di realtà e si sconfina con irruenza nella etica di principio (tanto cara ai relativisti, che loro dicono di combattere) ignorando l’etica della responsabilità. Quindi non rimane che prendere atto della messa in scena di questi avventuristi dannunziani. Dispiace solo che parte (purtroppo oggi maggioritaria) della Chiesa dia retta a questi tribuni. E il conto quando presenterà spiacevole.
Chiudo sta tiritera proponendovi due scritti “celebri”: quello del molestatore Pasolini “reazionario progressista” che scrisse contro l’aborto e di Norberto Bobbio (uno dei miei maestri: il suo “elogio della mitezza” è uno dei testi fondamentali della mia formazione). Infine consiglio la lettura di un libro di cui si sta parlando tanto e che appena finito il trasloco cercherò di leggere: Lo Spazio Bianco. Di seguito la breve e fulminante recensione di Goffredo Fofi per Internazionale.
Zone di incertezza di Goffredo Fofi – da Internazionale 729, 31 gennaio 2008
Al terzo libro, la napoletana Parrella si cimenta con il romanzo mescolando autobiografia e invenzione, con una bravura che nasce dall’ambizione di essere una vera scrittrice, in un momento in cui il romanzo è quasi solo una merce come tutte le altre.
La tensione della vicenda si riverbera nella scrittura, che la potenzia, la accosta al romanzo. Maria, abbandonata dal suo amico quando gli ha detto di essere incinta, dà alla luce una bambina eccezionalmente prematura, di cui deve seguire giorno per giorno la lotta per la vita, in un ospedale napoletano non migliore né peggiore di altri.
Lo “spazio bianco” è quello del ricominciare, tra una storia che si chiude (positivamente: la bambina vive ed è sana) e una nuova, dell’adulto allievo proletario di Maria alle serali che non sa come far ripartire il proprio tema-racconto. Ma è soprattutto lo spazio della zona d’incertezza segnata dai “Lei lo sa” dei medici: lei lo sa che sua figlia può morire, o nascere menomata, o normale?
Il romanzo è la risposta di una scrittrice che crede nella definizione di un proprio rigoroso stile e sa coinvolgere il lettore nelle paure, nei dubbi, nelle stanchezze e ostinazioni della protagonista, ma che forse è più brava nel récit che nel romanzo e nei suoi artifizi.
Valeria Parrella, Lo spazio bianco
Einaudi, 116 pagine, 14,80 euro
Da Pier Paolo Pasolini Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti in “Scritti Corsari” Garzanti 1975 – Articolo apparso sul Corriere della sera del 19 gennaio 1975, con il titolo “Sono contro l’aborto”
Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto a una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla “Realpolitik” e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza , nella sua sanità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo. Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali e in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto? Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se magari nel caso di un nuovo “referendum” molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe molto meno clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito dalle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura. Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore. Insomma, la falsa liberazione del benessere, ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo: risultato di una libertà sessuale <relegata> dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità <indotta> e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). Secondo: tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente diversi son finiti là dentro). È vero; a parole il nuovo potere estende la sua falsa tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludere che, prima o poi, alla televisione se ne parli pubblicamente. Del resto le “élites” sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo, e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni , antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua “reale” tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato la sua storia. Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. È questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell’aborto e quindi l’abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata. Ora, tutti, dai Radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di una sia pur prudentissima abiura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito. Omissione estremamente significativa. Il coito – con tutta la permissività del mondo – continua a restare tabù, è chiaro. Ma per quanto riguarda i radicali la cosa non si spiega certamente col tabù: essa indica invece l’omissione di un sincero, rigoroso e completo esame politico. Infatti il coito è politico. Dunque non si può parlare politicamente in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito. Non si possono vedere i segni di una condizione sociale e politica nell’aborto (o nella nascita di nuovi figli ) senza veder gli stessi segni anche nel suo immediato precedente, anzi, “nella sua causa”, cioè nel coito. Ora il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri. Il contesto politico di oggi è già quello della tolleranza (e quindi il coito è un obbligo sociale) mentre il contesto politico del matrimonio di ieri era la repressività (e quindi il coito, al di fuori del matrimonio, era scandalo). Ecco dunque un primo errore di “Realpolitik”, di compromesso col buon senso, che io ravviso nell’azione dei radicali e dei progressisti nella loro lotta per la legalizzazione dell’aborto. Essi isolano il problema dell’aborto, coi suoi specifici dati di fatto, e perciò ne danno un’ottica deformata: quella che fa loro comodo (in buonafede, su questo sarebbe folle discutere).(…)
Intervista di Giulio Nascimbeni a Norberto Bobbio per il Corriere della Sera dell’8 maggio 1981.
Domanda: “Quali diritti e quali doveri sono in conflitto?”
«Innanzitutto il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. E’ lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto».
D: “Lei parlava di diritti, non di un solo diritto”.
«C’è anche il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole. E c’è un terzo diritto: quello della società. Il diritto della società in generale e anche delle società particolari a non essere superpopolate, e quindi a esercitare il controllo delle nascite».
D: “Non le sembra che, così posto, il conflitto fra questi diritti si presenti pressoché insanabile?”
«E’ vero, sono diritti incompatibili. E quando ci si trova di fronte a diritti incompatibili, la scelta è sempre dolorosa».
D: “Ma bisogna decidere”.
«Ho parlato di tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale; gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati.
Inoltre, e questo per me è il punto centrale, il diritto della donna e quello della società, che vengono di solito addotti per giustificare l’aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all’aborto, cioè evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere».
D: “Quali critiche muove alla legge 194?”
«Al primo articolo è detto che lo Stato “garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”. Secondo me, questo diritto ha ragione d’essere soltanto se si afferma e si accetta il dovere di un rapporto sessuale cosciente e responsabile, cioè tra persone consapevoli delle conseguenze del loro atto e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano. Rinviare la soluzione a concepimento avvenuto, cioè quando le conseguenze che si potevano evitare non sono state evitate, questo mi pare non andare al fondo del problema. Tanto è vero che, nello stesso primo articolo della 194, è scritto subito dopo che l’interruzione della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite».
D: “E se, abrogando la legge 194, si tornasse ai “cucchiai d’oro”, alle “mammane”, ai drammi e alle ingiustizie dell’aborto clandestino? L’aborto è una triste realtà, non si può negarla”.
«Il fatto che l’aborto sia diffuso, è un argomento debolissimo dal punto di vista giuridico e morale. E mi stupisce che venga addotto con tanta frequenza. Gli uomini sono come sono: ma la morale e il diritto esistono per questo. Il furto d’auto, ad esempio, è diffuso, quasi impunito: ma questo legittima il furto? Si può al massimo sostenere che siccome l’aborto è diffuso e incontrollabile, lo Stato lo tollera e cerca di regolarlo per limitarne la dannosità. Da questo punto di vista, se la legge 194 fosse bene applicata, potrebbe essere accolta come una legge che risolve un problema umanamente e socialmente rilevante».
D: “Esistono azioni moralmente illecite ma che non sono considerate illegittime?”
«Certamente. Cito il rapporto sessuale nelle sue varie forme, il tradimento tra coniugi, la stessa prostituzione. Mi consenta di ricordare il ‘Saggio sulla libertà’ di Stuart Mill. Sono parole scritte centotrent’anni fa, ma attualissime. Il diritto, secondo Stuart Mill, si deve preoccupare delle azioni che recano danno alla società: ‘il bene dell’individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente’ ».
D: “Questo può valere anche nel caso dell’aborto?”
«Dice ancora Stuart Mill: ‘Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano’. Adesso le femministe dicono: ‘Il corpo è mio e lo gestisco io’. Sembrerebbe una perfetta applicazione di questo principio.
Io, invece, dico che è aberrante farvi rientrare l’aborto. L’individuo è uno, singolo. Nel caso dell’aborto c’è un ‘altro’ nel corpo della donna.
Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone di una vita altrui».
D: “Tutta la sua lunga attività, professor Bobbio, i suoi libri, il suo insegnamento sono la testimonianza di uno spirito fermamente laico. Immagina che ci sarà sorpresa nel mondo laico per queste sue dichiarazioni?”
«Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».







1 Marzo 2008 alle 4:56 pm |
L’aborto è un omicidio, non c’è dubbio. Lo dice una che ne ha collezionati tre: tre figli mancati da altrettanti uomini che in teoria desideravano diventare padri ma di fronte al fatto compiuto fecero dietrofront. E io non me la sentii di fare la ragazza madre.
A chi oggi afferma il binomio aborto-omicidio contrapporrei un sola ragione: ma siamo sicuri che l’omicidio sia sempre abominevole?
Sia il caso di un figlio non completamente voluto o di un figlio magari cerebroleso. Tutto qua. Secondo me il ciccione a questa argomentazione non avrebbe nulla da replicare.
2 Marzo 2008 alle 2:56 pm |
Ciao Edda. Ti arriverà presto una mail, dove ti aggiorniamo su varie cosette. Chiaramente quando finiamo sei invitata all’inaugurazione della nostra casetta. E per quanto riguarda quello che scrivi: ho difficoltà ad esprimermi. Perchè le donne portano con sè storie così potenti, drammatiche o no, che a noi maschietti è concesso di ascoltare e non commentare, chiosare. Altro è dare ed esprimere opinioni e sentimenti. E in questo caso non riesco a definire l’aborto un omicidio, è una cosa terribile. Un fardello pesante. Ma non so dire su l’omicidio (forse mi manca una forte sensibilità cattolica novecentesca, visto che la questione del feto/embione era controversa anche all’interno della chiesa). Cari saluti e abbracci
10 Marzo 2008 alle 10:14 am |
ciao,
sono assolutamente d’accordo con te e anzi trovo lodevole che un uomo intervenga in maniera non grossolana sul tema. Perché gli obiettori non fanno educazione sessuale e all’uso dei contraccettivi nelle scuole??? questo avrebbe un impatto forte e forse diminuirebbe i numeri. Invece qui, mi pare, si vuole solamente leccare il sedere al clero.
Per inciso: ho una bimba di 15 mesi, sana. Quando ero incinta avevano paventato potesse avere problemi gravi ed essere down. Ho deciso di NON fare l’amniocentesi perché comunque fosse andata, silvia sarebbe venuta al mondo.
Detto questo sono assolutamente a favore della Legge 194 (miglioriamola se possibile alla luce della modernità) e sulla tutela della salute di tutte le donne.
Il problema è di tutti, per ovvi motivi ma anche perché è in gioco la libertà di scelta intima delle persone: uomini e donne.
ciao panzallaria
12 Marzo 2008 alle 6:57 am |
Ciao Panzallaria.
Benvenuta e grazie del commento. Anche io concordo con le cose che scrivi.
Quindi sottoscrivo :-)