Fidel, se lo dicevi prima…

Ora che il vecchio barbuto ha lasciato la presidenza, per molti di noi si affaccia la speranza che presto arrivi democrazia, libertà, diritti civili e umani e che possano affermarsi e diffondersi nell’isola che secondo alcuni “pellegrini politici” ha fieramente resistito all’embargo USA e che secondo altri (me compreso), un regime dittatoriale invece ha ridotto allo stremo, privando la sua gente della libertà e del pane. La speranza si affaccia, ma ad un paese stremato, ad una opposizione decimata, ad una realtà infetta da tempo dalla corruzione non si possono chiedere virtuose transizioni o rivoluzioni democratiche. Sarà un processo lungo, faticoso e doloroso per le molte persone che hanno già sofferto fame e galera.

Ma l’occasione di questa notizia mi offre l’occasione per qualche riflessione su uno dei miti politici duri a morire. Rifognaroli che vanno in pellegrinaggio, magliette e patacche con l’effigie di Ernesto Guevara detto “el Che”. Una pubblicistica fatta di romanzi, racconti, diari in motocicletta e no, assassinii passati per atti eroici. Insomma guai a chi tocca il mito cubano, la sua sanità, il suo “carismatico” leader. Guai a chi osa deridere le campagne di “lavoro volontario” nelle campagne e via di questo passo.

Devo confessare che rimane un mistero la rimozione di Fidel Castro come dittatore e del Che come assassino. Di fatti, documenti, testimonianze a volerne trovare ce ne sono tante e mi sento di consigliare la lettura almeno di “Almeno il pane, Fidel. Cuba quotidiana nel periodo speciale” di Lupi Gordiano edito da Stampa Alternativa (editore non proprio di destra). Comunque ho sempre discusso con gli amici che via via erano innamorati del regime cubano e poi del subcomandante, del “socialismo” venezuelano di Chavez, quello “indio” e “cocalero” di Morales. Gli stessi che guardano male a Lula e alla presidente del Cile Michelle Bachelet. Quando parli di America Latina e tocchi i “capisaldi” non c’è verso: difendono ciecamente le “gloriose conquiste di civiltà”. Misteri appunto.

A me invece rimangono impresse, tra le tante, alcune cose che mi rendono antipatico il socialismo cubano, Fidel, Che Guevara e tutto quello che si portano dietro.

Alcuni esempi che mi hanno sempre colpito e che tiro fuori durante le discussioni riguardano il primo periodo cubano, perché i nostalgici usano rispondere che agli inizi la rivoluzione era diversa e che via via si è irrigidita per via dell’embargo americano. Così mi sono sempre fissato su questi inizi romantici che –bastava saper vedere- avevano tutte le premesse del classico regime marxista-leninista.

Tanto per dire: uno dei motti rivoluzionari del primo periodo rivoluzionario era «libro y fucil» che mi ricorda molto il «libro e moschetto» fascista. A proposito: ma perché ogni volta i sostenitori filocastristi tirano fuori la solfa (indiscutibile è vero) della sanità cubana che funziona a meraviglia e poi si incazzano quando gli fai notare che somiglia molto alle giustificazioni dei simpatizzanti di destra che ti dicono “e però Mussolini aveva bonificato, ha fatto le strade e ha dato le pensioni”. Qualcosa dovrà pur fare uno che comanda, o no?

Un’altra cosa che pochi sanno e che mi ha sempre colpito è relativo all’arresto dello scrittore e poeta Heberto Padilla nel 1971 (solo il fatto che un regime arresti gli scrittori è –per me- più che sufficiente). In quell’occasione Italo Calvino firmò un appello internazionale per tentare di liberarlo; il risultato fu la censura dei libri di Calvino che furono ristampati solo quando morì.

Per non dire delle grottesche affermazioni di tristi intellettuali e militanti come Sartre che disse dopo un incontro con il Che: «Per questi uomini sempre svegli, all’apice del loro potere, il dormire non sembrava più un bisogno naturale, ma una routine dalla quale si erano liberati. Essi avevano completamente eliminato dalle loro abitudine quotidiane l’alternanza di routine tra pranzo e cena…». Ah, la fantasia al potere (per inciso Sartre stroncò come reazionario Camus per aver scritto “l’uomo in rivolta”e fu lo stesso che tornato dall’URSS, sapendo dei Gulag disse: «non bisogna far perdere la speranza agli operai della Renault di Billancourt», cioè che era meglio tacere per non demoralizzare l’operaio, la famosa “doppia morale”).

E molti non dicono o negano, ma purtroppo è realtà, delle UMAP (Unità mobili di aiuto alla produzione) -presenti fin dall’inizio nella zona di Camaguey: campi di rieducazione e di lavoro per omosessuali, rockettari, religiosi, antisociali e simili. Come può testimoniare lo scrittore Fèlix Luis Veira, che oggi vive in Messico. Per sua fortuna. La tragica ironia di questi gulag cubani era la scritta all’entrata: «il lavoro vi farà uomini». Una orribile e grottesca assonanza. Ovviamente taciuta.

Qualcuno (sempre quelli nostalgici della falce e martello) per apparire eretico o eterodosso è pronto a sostenere la figura generosa e ribelle del martirizzato Che, lo stesso che nel 1959 ricoprì l’incarico provvisorio di Procuratore Militare. Una funzione che aveva il compito di giudicare i collaborazionisti con il passato regime, processarli e soprattutto toglierli dalla circolazione. Il Che dispose e organizzò nella penisola di Guanaha i “campi di lavoro correzionale” in modo così impeccabile che nel primo e nei primi giorni vi furono condotti trecentottantuno prigionieri: furono radunati, incarcerati a Loma de los Coches e poi fucilati. Tutti.

Del resto come credere all’innocenza di una persona che pronunciò queste parole nel messaggio alla Tricontinentale il 17 aprile 1967:

«L’odio come fattore di lotta, l’odio intransigente contro il nemico, che permette all’uomo di superare le sue limitazioni naturali e lo converte in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così. Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta, nelle sue case, nei suoi luoghi di divertimento; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: Attaccarlo ovunque si trovi, farlo sentrire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti. Il suo morale si andrà abbassando, egli diventerà ancora più bestiale, ma si noteranno in lui i segni del crollo che si avvicina».

Ma a rifognaroli e dintorni tutto questo non piace sentirlo e preferiscono quelle baggianate da Baci Perugina sulla durezza e tenerezza…

4 Risposte a “Fidel, se lo dicevi prima…”

  1. Luka Dice:

    Gran bel blog, veramente. Non concordo un granchè con la definizione usata in questo pezzo”un regime sanguinario”: regime si, ma sanguinario… Boh, uno scivolone diciamo!
    Comunque veramente tanti complimenti, definire questo spazio solo un blog mi sembra riduttivo! Fai arrossire dalla vergona i tanti di noi che gestiscono uno spazio sulla rete con molte meno capacità delle tue (vostre!).

  2. andrea Dice:

    caro ubik, innanzitutto la vignetta è mitica! anch’io non concordo completamente con le tue affermazioni sul grande vecchio, pur essendo contro ogni regime, sia nazista o comunista…
    vedremo se il rimedio a castro sarà peggiore del male…

  3. ubik Dice:

    Salve a tutti.
    @Luka: grazie per i complimenti, mettono veramente di buon umore. ti prego di non arrossire.
    Sul sanguinario concordo con quanto scrivi. E infatti ho corretto, per non “scivolare” più.
    @Andrea: il successore è … il fratello (ha già dichiarato che a Fidel chiederà sempre consiglio: frase e riconoscimento dicircostanza?): quando si dice la “famiglia”

  4. andrea Dice:

    ovviamente con rimedio intendevo elezioni libere…
    vedremo come andrà a finire

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