
Mercoledì sera, cinemetto. Che poi è lo Spazio Uno; piccola sala che recupera film poco distribuiti e seconde visioni di qualità. L’occasione non potevamo perderla visto che veniva proiettato un piccolo film che però ci interessava. Si tratta di Riparo che racconta la vicenda di tre protagonisti: una coppia lesbo e un ragazzo maghrebino. Ambientato nel produttivo e arido Veneto, il racconto è il pretesto per mettere in scena l’egoismo e l’immaturità che con sfumature diverse riguarda tutti. E, secondo me, soprattutto da parte di una delle due donne, quella più ricca che l’attrice interpreta benissimo dando al personaggio quel misto di tirannia e generosità tipico dei bambini viziati quando si stancano dei giochi. Secondo Eva Kant, sguardo acuto e intelligente sull’universo donna, invece si comporta facendo da mamma a tutti. Insomma il film ci è piaciuto, essendo un piccolo film (quindi basso costo e prime esperienze) ha qualche “sbavatura”: niente al confronto di tante alte scemate. Il titolo del post è una frase buttata lì nel film che però rivela quello che desiderano i protagonisti un riparo appunto, ma dal mondo: una fuga e un ritiro che non è possibile perché il mondo è ovunque: in casa e nel cuore.
Ho l’occasione di rivelarvi un piccolo segreto: questo film verrà archiviato nella mia personale collezione di film che in qualche modo incontrano Civitavecchia (Pinocchio, il sorpasso, Tutti a Casa, che ora è, il ladro di bambini, solo per citarne qualcuno) la città dove sono cresciuto. Due scene: rispettivamente alla nuova zona del porto dove passa un enorme tir NIEDDU (gli amici civitavecchiesi sanno di cosa parlo) e poi alla stazione.
Prima di concludere aggiungo che scegliere una coppia omosessuale come centro del racconto per me è una scelta molto azzeccata. In genere gli omosex al cinema mi lasciavano un vaga irritazione: sempre quell’aria ottima, intelligente, per forza migliori, originali: un macchiettismo alla rovescia. Il fatto di raccontare anche un rapporto omosessuale porta con sé gli stessi segni di una relazione etero rende giustizia all’uguaglianza delle persone. I nostri gusti e orientamenti sessuali non ci fanno migliori a prescindere. E quindi anche gli omosessuali possono essere odiosi e non proprio belli e piacevoli da frequentare: come tutti del resto. Nel cinema italiano si hanno sempre macchiette variopinte (tipo “il Vizietto”), creative e solidali oppure consapevoli e amichevoli (Ozpetek), tormentate, perseguite etc. etc. Comunque personaggi idealizzati nel bene e nel male. E che le differenze nei rapporti tra le persone a volte la fanno ancora le appartenenze e il censo e un malinteso senso di generosità. Poteva mancare il Mereghetti? Giammai.
di Paolo Mereghetti (pubblicato da il Corriere della Sera il 18 gennaio 08)
Due donne e una passione proibita: litigi e pregiudizi nella ricca provincia
Sugli schermi. Maria de Medeiros e Antonia Liskova protagoniste di una vicenda che intreccia tensioni personali e paure razziali
Presentato un anno fa al Festival di Berlino nella sezione «Panorama» esce finalmente nelle sale italiane Riparo di Marco Simon Puccioni, scontando il destino di molti «piccoli» film che faticano a trovare spazio tra i pesi massimi della distribuzione nazionale. A dir la verità, all’inizio (e ai tempi della presentazione berlinese) sembrava che il film dovesse entrare a far parte del pacchetto 01 ma poi qualche cosa si dev’essere inceppata se adesso Riparo si presenta nelle sale con etichetta Movimento Film, neosocietà di distribuzione fondata alla fine del 2007 da autori e produttori.
Poco male, perché l’abusato proverbio «chi fa da sé fa per tre» può avere ancora una sua verità e sicuramente il film di Puccioni ha alcune qualità importanti per trovare un suo spazio nell’ambito del cinema di qualità. A cominciare dall’intreccio di pregiudizi sociali, paure razziali e tensioni personali che si intrecciano nella trama.
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Il film comincia al sole del Mediterraneo. Di ritorno da una vacanza in Tunisia, Anna (Maria de Medeiros) e Mara (Antonia Liskova) scoprono che il bagagliaio della loro macchina è stato usato dal giovane Anis (Mounir Ouadi) per entrare illegalmente in Italia. Un colpo basso a cui le due donne, tra cui si cominciano a intuire rapporti più complessi e «tormentati » di quelli di una semplice amicizia, finiscono per reagire con comprensione e solidarietà. Arrivando ad ospitare Anis nella loro casa friulana e convincendo il fratello di Anna, Salvio (Vitaliano Trevisan), a trovagli un primo lavoro.
A questo punto lo sguardo ingenuo e vivacissimo di Anis diventa il faro che comincia a illuminare le complesse realtà sociali e psicologiche in cui si muovono i protagonisti del film. Perché naturalmente Anna e Mara non solo solo amiche ma anche compagne, unite dall’amore ma divise dalla differenza di censo e di classe: la prima borghese e benestante, la seconda operaia e insofferente. A complicare il legame tra le due si aggiunge l’ostilità dalla madre di Anna (Gisella Burinato), incapace di accettare un rapporto omosessuale che esce troppo dai suoi schermi di «ricca signora di provincia» e che finisce per innescare tensioni e litigi.
Comincia così a delinearsi il vero cuore pulsante del film, quella provincia benestante e benpensante di fronte alla quale sembra non esistere alcun possibile «riparo». È il Friuli del miracolo economico, della ricchezza (quasi) per tutti, capace di chiudere un occhio se nel privato di un appartamento due ragazze cercano di vivere la loro vita e la loro passione ma attento anche a non far trapelare troppo all’esterno certe cose. Ma è anche il Friuli dell’alcolismo, delle solitudini, delle rabbie represse, delle angosce senza nome. E infine è il Friuli dell’integrazione a metà. O comunque dei pesi e delle misure diverse per ogni occasione.
Perché il film segue Anis anche nella sua giornata lavorativa, a contare e immagazzinare le scatole di scarpe del «miracolo economico », ma anche ad adeguarsi immediatamente alle regole non scritte della complicità tra immigrati, con il caporeparto albanese che ruba le scarpe e il sottoposto tunisino che si guarda bene dal denunciarlo al padrone. E non tanto per un tornaconto personale ma piuttosto per una specie di distorta solidarietà di classe (e di sfruttamento) che manda bellamente a quel paese ogni tentazione politicamente corretta.
È proprio in questa lucidità sociale che il film di Puccioni ha le sue qualità migliori, la sua encomiabile originalità, nel saper descrivere una realtà come quella della provincia lontano dai tanti schematismi e luoghi comuni, senza cedere alla tentazione di costruire per forza un personaggio positivo, ma mostrando di tutti anche i lati meno gratificanti: la voglia di sicurezza borghese di Anna, l’insoddisfazione programmatica di Mara, il machismo e l’ambiguità di Anis.
Dove il film non convince è invece nella decisione di far recitare in diretta Maria de Medeiros: il suo accento è troppo distante dalla parlata di Trevisan o della Liskova per non creare uno strano cortocircuito nella testa dello spettatore, che può capire le necessità delle coproduzioni e del bisogno di mettere nel cast un nome di rilievo internazionale, ma non arriva a spiegarsi la ragione di un accento che stride con il realismo inseguito da tutto il resto del film.![]()
Non convincono fino in fondo anche alcune scelte di sceneggiatura, a cominciare dal padre ammalato di Mara (interpretato per altro dal bravo Francesco Carnelutti): la visita al genitore solo e infermo sembra ormai essere diventata una specie di luogo comune obbligato del «giovane sceneggiatore italiano» (qui, oltre al regista, firmano Monica Rametta e Heidrun Schleef), incapace di immaginare qualche cosa di meno scontato per permettere una pausa di riflessione al protagonista (qui, la figlia). Ma sono difetti scusabili in un regista alla sua seconda prova e che non sminuiscono l’interesse e il valore del film.



