la moratoria dei credenti

Joseph Ratzinger alias Benedetto XVI non attira le mie simpatie: oscurantista e quindi reazionario, antimoderno e pre-conciliare, per niente ecumenico e ne potrei aggiungere. Allo stesso tempo in cuor mio godo se oggi penso ad alcuni cattolici che frequentavo in anni in cui anche io ero cattolico e con i quali si discuteva vivacemente; rimproveravo loro una certa autoreferenzialità e diffidavo di certe attività e discorsi che li rendevano, consapevoli o meno, “esclusivi”: che poi si traducevano nella partecipazione a raduni e adunate, schitarrate, forti momenti spirituali. Se accadeva di non partecipare o di non poterci andare la chiusa nei loro racconti era sempre la stessa: “nun poi capì che esperienza”. Rischiavi di incontrarli di ritorno da qualche happening con le voci rauche, impressionati puntualmente da qualche figura carismatica che poi voleva dire che aveva parlato uno in modo pittoresco e però chiaro e fuori dal coro, cioè qualcuno che le cose che aveva da dire erano consolatorie e “amichevoli” e quindi parlava di cose accattivanti, ma poco indagate e interrogate. E ora che hanno di fronte un papa teologo che dicono, che fanno? Sembrano eclissati e ammutoliti. Sono spariti. Argomenti da opporre, teologi o pensatori da contrapporre, discorsi e interpretazioni latitano e tradiscono la superficialità con cui erano conditi tutti i discorsi e i quaderni, le pubblicazioni che giravano all’epoca. Gibran, i gabbiani Livingstone, Coelho, la Tamaro, i Forza Venite Gente, i vari Gen rosso, verde, turchini, i preti piacioni e piacenti, le adunate a Tor Vergata, i papa boys evidentemente non bastano quando le cose si fanno serie e sul serio. Per ostinata testimonianza si salva qualche prete di frontiera che non tradisce il vangelo e si ostina a “sporcarsi le mani”, come si diceva una volta. Quindi la mia amara soddisfazione trova conferma nelle impressioni che avevo allora. Detto ciò è preoccupante l’offensiva ideologica e il modo con cui persone del tutto estranee, indifferenti ed orfane di bisunte ideologie abbiano brandito l’arma del cattolicesimo per condurre le proprie battaglie. Mi riferisco ai neo-papisti, comunemente detti “atei devoti”. La campagna sulla moratoria dell’aborto e l’equiparazione tra questo e la pena di morte lasciano interdetti per le argomentazioni, per il fuoco di fila e per la presenza invadente e costante in questi giorni. Riporto un paio di articoli che provano a ragionare in modo serio e appropriato. (riproposti nei seguenti blog: Ordito e Trama - Gad Lerner).

(pubblicato su “il Riformista” 9 gennaio 2008)

Uomini, paure e moratoria sull’aborto di Mariella Gramaglia
Ho deciso di non sprecare un solo minuto di tempo nello sport tutto italiano di cercare in ogni dibattito il retrogusto amaro della politica politicante. Assumo come interamente valida l’onestà intellettuale di Giuliano Ferrara nel lanciare la moratoria sull’aborto e credo nel dolore dell’ex direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola di fronte a ciò che gli appare come pigrizia della sinistra di fronte alla spaziosità teorica delle riflessioni di Benedetto XVI.

Ciò che mi interessa, e talvolta mi stupisce, invece, è l’uso che dell’intelligenza e della sensibilità fanno molti uomini impegnati nella sfera pubblica e la cui personalità spesso coincide con la sfera pubblica. Nel ripensare all’aborto dal 1978 ad oggi, parlano di libri, di svolte teoriche, di riflessioni filosofiche, di letture che li hanno illuminati.

Noi, ragazze degli anni settanta che abbiamo camminato per le strade con loro e i loro coetanei, anche se siamo di buone letture, pensiamo a visi, a storie, a dolori. Sappiamo che, se abbiamo abortito, lo abbiamo fatto perché le nostre madri e i nostri padri non ci hanno dato nessuna chiave per stare al mondo da libere e da uguali e perché i nostri compagni-amici erano troppo impegnati a scalare ogni cielo che si offrisse ai loro ramponi per aiutarci per tempo nella strada dell’ autonomia, unica chiave per la responsabilità. Siamo orgogliose della cura minuziosa, sollecita, condivisa, che ha permesso che le nostre figlie non abortissero, che governassero il loro corpo e la loro coscienza con una maturità che a noi non era data. Nessun filosofo ce lo ha insegnato, nella sfera pubblica questa vittoria silenziosa non si è potuta esibire, ma per fortuna le statistiche ce ne danno merito. Non sono le nostre ragazze, che hanno fatto i loro studi e parlato fitto fitto con la mamma a quindici anni, a far la fila nei reparti di ostetricia. Sono le povere, le nere, le immigrate, le vittime della solitudine e dell’instabilità, quelle a cui tutto è stato tolto e, insieme a tutto ciò che è materiale, il calore della cura e dell’ascolto.

Badate bene: il problema non è come orientiamo la compassione nella sfera morale di ciascuno di noi, ma come orientiamo l’immaginazione collettiva, su cui poi produciamo scelte e norme, nella sfera pubblica. Io mi sono abituata, non solo a rispettare, ma a condividere le sollecitudini quotidiane di culture che non toccano cibo che non sia vegetale in nome di quel valore della connessione di tutte le forme di vita che anima anche i fautori della moratoria. E tuttavia, se devo esercitare la mia immaginazione, forse perché malata di concretismo femmnile, mi riesce più facile identificarmi con Isoke Aikpitanyi, l’incredibile ragazza schiava nigeriana che racconta in un libro la sua vita di prostituta disperata a Torino, che non con un embrione. Quanti milioni di uomini sadici consentono che migliaia di ragazze traballino sui tacchi in mutande, nel gelo, stuprate, costrette all’aborto decine di volte, sbattute a battere, se non abortiscono, fino al nono mese di gravidanza? Non faceva parte dell’utopia della nostra generazione che fossero uguali alle nostre figlie, e non solo davanti a dio? Perché, dunque, non una moratoria della prostituzione coatta, posta nell’agenda politica con la stessa enfasi della liberazione degli schiavi nell’ottocento?

O perché non una moratoria del lavoro dei bambini? Io li ho visti in India, a migliaia, nelle cave,

nelle officine fra gli acidi, e ho una certa dolorosa facilità a far lavorare la mia immaginazione al loro fianco. E tuttavia Giuliano Ferrara, alla saggia obiezione di Giuliano Amato che sarebbe bene amare i bambini almeno quanto gli embrioni, se la cava rapido: qui la Chiesa svolge già “il suo dovere missionario”. Ma non era della sfera pubblica e politica che stavamo parlando? Delle responsabilità dei laici rispetto ai valori? Anche sull’aborto la Chiesa svolge già i suoi doveri di magistero e di impegno missionario. O no?

La verità è che la moratoria dell’aborto sta nell’agenda politica, mentre il dolore delle prostitute e dei bambini no. E la ragione per cui sta nell’agenda politica è che la signoria dell’immaginario collettivo e dei canali attraverso cui si struttura è saldamente nelle mani degli uomini. E gli uomini hanno paura: della disperata povertà morale del nostro paese e della nostra sfera pubblica, del poco tempo che resta in tante vite adulte per rammendare i disastri di mille appassionate dissipazioni e della poca cura che si è dedicata alla vita e alle vite. E, avendo paura, fischiano nel buio: si affidano a una bianca mantella e riconsegnano alla madre e alle madri la sollecitudine del riscatto. Tuttavia, come spesso accade loro, hanno anche fretta, non hanno tempo per le persone: devono correre, “trascendere”, sistemare i ramponi per la prossima scalata, gettare il cuore oltre l’ostacolo. E perderlo.

di Gad Lerner (pubblicato su “Repubblica”)

Come si innesca una mobilitazione della Chiesa nell’Italia del 2008?E’ evidente che siamo in presenza di un fatto nuovo, meritevole di una riflessione scevra da intenti polemici. Il direttore del “Foglio”, Giuliano Ferrara, mutuando i codici di mobilitazione e il linguaggio radicale, promuove l’idea di una moratoria sull’aborto, finalizzandola a un raduno mondiale da tenersi a Roma la prossima primavera. La vastità inaspettata delle adesioni cattoliche alla proposta di Ferrara sollecita il cardinale Camillo Ruini a farla propria, integrandola di suo con l’invito a modificare la legge 194. Più cauta, segue la benedizione del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. “Avvenire” sostiene appassionatamente l’iniziativa, “Famiglia cristiana” pubblica un editoriale di appoggio. Infine manifesta il suo consenso lo stesso Benedetto XVI, pur evitando l’ambiguo sillogismo tra la moratoria sulla pena di morte decisa dall’Onu e la moratoria sull’interruzione di gravidanza proposta dagli antiabortisti.

La dinamica dei fatti esclude che siamo in presenza di una campagna congegnata e pianificata d’intesa con i vertici della Chiesa. Segnala piuttosto un salto di qualità nel rapporto da essa instaurato con il settore dell’intellighenzia che sbrigativamente ci siamo abituati a definire “atei devoti”. All’attacco è partito Ferrara, gli altri hanno deciso di seguirlo attribuendogli semmai una funzione provvidenziale: la scissione del fronte laico. L’incrinatura di quello che nella loro semplificazione figura come il “pensiero unico” progressista, imbevuto di permissivismo e subalterno al dominio di una tecnoscienza amorale.

Non importa qui tanto chiedersi se l’inedita sollecitazione da cui ha preso le mosse la campagna antiabortista riveli una forza o una debolezza della Chiesa italiana, anche se a me pare evidente la risposta.

Limitiamoci a constatare: la gerarchia cattolica attribuisce una funzione cruciale, strategica, a personalità non credenti che propugnano i valori normativi della dottrina religiosa su un piano di mera convenienza razionale. Agli “atei devoti” la Chiesa non propone un cammino di conversione. Chiede loro di testimoniare che è possibile uniformarsi alle regole di convivenza da essa prescritte anche senza bisogno di credere.

L’entusiasmo, la gratitudine, l’ammirazione manifestati a Ferrara nelle centinaia di lettere che il “Foglio” sta pubblicando, evidenziano un sentimento di riscossa. Quasi che lo schieramento antiabortista di una frazione di non credenti restituisse a quei cattolici la perduta legittimità mondana. Questa è la sorpresa, questo è il miracolo che attendevano. Nell’accezione di Ruini, un personaggio come Ferrara non va atteso come il figliol prodigo ma semmai riconosciuto quale moderno profeta mediatico.

A questo punto la Chiesa sembra poco interessata al dialogo tra sensibilità diverse. Le quali si fronteggiano sperando, invano, di smascherare l’altrui incoerenza. Quanta compassione dedichiamo ai condannati a morte? Quanta alle vittime civili delle guerre? E alle vittime del terrorismo? E ai morti di Aids o di denutrizione? E’ sufficiente il nostro scandalo per le morti sul lavoro? O ancora, come obietta Giuliano Amato: gli antiabortisti potranno amare davvero gli embrioni quanto i bambini, restando però distratti nei confronti dei bambini emarginati?

Temo sia proprio sulla fatica della coerenza che non riusciremo a comprenderci. Ne difettiamo tutti, in gradi diversi. Capita che gli uni ne siano tormentati, nella personale responsabilità. Mentre altri denunciano proprio questa umana debolezza come morbo curabile solo da una terapia normativa a carattere religioso.

Così la relazione fra il dire e il fare passa in second’ordine, col declino della coerenza. La svaluta pure questa Chiesa ridotta a minoranza che, per recuperare centralità nella decisione pubblica, gradisce il soccorso degli “atei devoti” e la disponibilità intermittente di politici pronti a figurare clericali senza neanche bisogno d’essere cristiani. Che importa se agiscono per vocazione o per convenienza? E’ con il loro sostegno che la Chiesa s’illude di rifondare l’identità nazionale e occidentale perduta.

Sarkozy proclama in Laterano le radici cristiane della Francia prima d’involarsi a Luxor con Carla Bruni? Questa è la modernità del potere. Per lui è pronto un seggio nel pantheon dei santi protettori, e pazienza se oltralpe gli aborti non calano a differenza che in Italia.

Non c’è bisogno di giungere all’estremo di Gianni Baget Bozzo, che attribuisce a Berlusconi la funzione di uomo della Provvidenza, salvatore della tradizione cattolica nazionale minacciata dal dossettismo e dal prodismo. Basta ricordare l’assenza del minimo imbarazzo –nei vertici Cei- quando l’opposizione parlamentare alla legge sui Dico fu guidata da politici divorziati e conviventi, scatenati contro una larga parte del cattolicesimo democratico.

Essenziale, nell’impostazione di Ruini, è che le battaglie politico-culturali della Chiesa italiana figurino sempre promosse d’intesa con la nuova frazione laica, dunque motivate sul piano della razionalità anziché sul piano dottrinale. Ecco perché è meglio se gli “atei devoti” non si convertono. Il tempo in cui il cristianesimo andava testimoniato innanzitutto nella condotta di vita è sopravanzato dall’imperativo della nuova alleanza mondana.

Nessuno scandalo, dunque, se è “Il Foglio” a lanciare l’offensiva, rivolgendo a chi dissente l’accusa terribile di acquiescenza con “un fenomeno mostruoso per quantità genocida”. L’analogia suggestiva ma fuorviante tra la moratoria sulla pena di morte (che implica un divieto legale ai boia di Stato) e il dramma dell’aborto (che invece richiama scelte individuali sempre ardue fra male minore e male maggiore) ha già prodotto un effetto nefasto. Le donne ne vengono retrocesse, esautorate da primo soggetto titolare di una responsabilità che in ogni caso ricade su di loro. Rischia di venirne travolta la stessa riflessione già da tempo in corso fra i medici e le associazioni di sostegno alla maternità: un confronto pacato, esente da demonizzazioni reciproche, da cui sono scaturiti protocolli ospedalieri condivisi che tutelano il feto con possibilità di vita autonoma.

A dare retta alla fotografia di un’Italia dedita alla pratica disinvolta dell’aborto, protesa nella ricerca del superuomo e nella soppressione dei deboli, parrebbe che l’esercizio di una rigorosa verifica etica sui poteri della tecnoscienza e sui limiti da imporle, sia istanza esclusiva degli antiabortisti. Ma per fortuna ciò è falso.

Rattrista la visione fosca di una società deragliata nella ricerca del piacere sessuale e nell’appagamento dell’io: da contrastare con il senso del peccato e con il codice della famiglia tradizionale. Ma colpisce soprattutto una Chiesa italiana talmente debole nella sua ispirazione evangelica da mettersi al traino di un pensiero settario, rinunciando al dialogo fiducioso con l’insieme del mondo laico. Tutto si tiene: il richiamo alla tradizione; la critica dell’esperienza post-conciliare; la reazione al terrorismo di matrice islamica; la crisi delle vocazioni e della pratica religiosa; il miraggio di una nuova leadership cristiana.

Una discussione libera sulle nuove frontiere della vita, e sulla necessità di riformulare insieme i codici della ricerca medico-scientifica, non trae alcun giovamento dalla moratoria sull’aborto. Dubito, peraltro, che la Chiesa stessa si vivifichi nell’investitura di eminenze laiche.

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