Il rito vuole che dopo il pranzo di natale verso le sei si vada al cinema. Quest’anno la scelta è veramente ridotta e per fortuna in programmazione uno di quelli che vogliamo vedere. Si tratta dell’ultimo di Robert Redford. Un film a suo modo piccolo però intenso e –secondo me- utile. Tre grandi del cinema americano: lo stesso Redford, Meryl Streep (bravissima) e Tom Cruise (molto credibile nel suo ruolo), tre punti di vista (quello del senatore, della giornalista e dell’insegnante) e un quarto in Afghanistan che si frappone allo scontro di idee e discorsi, riportandoci ai fatti. La recensione di Mereghetti qui sotto riportata dice molto bene e meglio di quanto potrei. Aggiungo solo che il rischio di questi film è una retorica superficiale e scontata (e in genere sono molto feroce quando è così), mentre in questo film accade il contrario e secondo Eva Kant andrebbe rivisto una seconda volta per gustare meglio i dialoghi che sono serrati e pieni di significati. Insomma un bel film, un solido film “impegnato” come lo sanno fare i liberal americani. Mentre guardavo il film pensavo: è tutto così evidente, paradossale, grottesco, fin troppo lineare. Forse non è proprio così. E invece è proprio così: uno che pur ammettendo i suoi errori continua a farne, una che dovrebbe denunciarli indebolita da un certo infiacchimento di cui si rende conto e un professore che ce la mette tutta per non perdere uno studente.
Devo dire che il film mi ha convinto del tutto quando tornato a casa ho acceso il televisore per il telegiornale. A quell’ora c’era il TG2 che dava notizia delle vacanze a Cortina, mentre il nastro sotto metteva insieme la notizia della vacanza di Sarkò e Carla Bruni mano nella mano in Egitto e la successiva che informava di 3 morti in un attentato in Iraq. Se andrete a vedere il film vi accorgerete allora che ad un certo punto non si è tanto lontani dalla rappresentazione vista al cinema. Tra l’altro hanno dato appena adesso la notizia della morte di Benazir Bhutto, vittima in un attentato. Mi piacerebbe sapere chi onestamente è in grado di smentire il fatto che non ci siamo messi in un angolo buio.
la recensione di Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 24 ottobre 2007
Sarebbe piaciuto a Mankiewicz questo film, per l’ importanza che attribuisce alla parola, alla dialettica e alla retorica: il regista di Eva contro Eva, Giulio Cesare e Masquerade avrebbe saputo apprezzare quella che era stata la sua qualità principale, un cinema fatto di idee, recitazione e poco altro. Ma ricchissimo d’ intelligenza e lucidità. Lions for Lambs, il film di Robert Redford presentato fuori concorso alla Festa e che uscirà in Italia a Natale col titolo Leoni per Agnelli, mette a confronto due dialoghi che si svolgono nello stesso momento in luoghi opposti degli Stati Uniti: a Washington l’ ambizioso senatore Irving offre a una giornalista tv (Meryl Streep) l’ esclusiva di una nuova iniziativa militare in Afghanistan; sulla West Coast, un professore di economia politica (Redford) cerca di convincere un talentuoso studente (Andrew Garfield) a reagire all’ apatia e al disincanto che rischiano di allontanarlo dagli studi ma soprattutto dall’ impegno quotidiano. In mezzo, come a unire le due scene, un’ azione militare in Afghanistan, dove due ex allievi del professore (Derek Luke e Michael Peña) stanno pagando sulla loro pelle le nuove strategie militari messe a punto da Irving. Due dialoghi serrati, due fiumi di parole per convincere l’ interlocutore. E in mezzo la durezza e la concretezza della realtà, per chiarire il vero senso delle parole che si dicono a Washington e in California. Niente di più, ma anche niente di meno. Perché nel Paese dove tutto passa attraverso la persuasione e la retorica (che poi diventano spesso sondaggi) costringere lo spettatore a fare i conti con la forza delle parole per imparare a riconoscere la loro falsità o verità è un’ operazione non così scontata e indolore. Il film, sceneggiato da Matthew Carnahan, è tutto costruito intorno a questi due «teatrini» della persuasione dove l’ abilità retorica del senatore cerca di smantellare la scettica razionalità della giornalista, mentre l’ impegno del professore si sforza di fare breccia nelle posizioni rinunciatarie del suo studente. Redford non risparmia critiche né alle scelte troppo remissive della stampa né a quelle qualunquiste dello studente e sembra avere ammirazione solo per il coraggio e la coerenza dei due ex allievi arruolatisi, disposti al sacrificio estremo della vita. È il pegno che paga alla retorica dell’ eroe insita nella cultura americana ma anche il mezzo per ricordare che quella retorica ha origini classiste e ragioni politiche.



