assassini promettenti

Questi giorni che precedono il natale sono veramente faticosi. Io ed Eva Kant corriamo dietro al lavoro, alla routine domestica, agli impegni. Un vorticare che non ci da tregua e inseguiamo un meritato riposo. Così è stato per la giornata di ieri. Un andirivieni per entrambi, le mille cose da fare, da chiudere in tempo, le peripezie e gli stravolgimenti. Non diminuiscono, ma sembrano aumentare. Però succede che rientri a casa e due occhietti furbi e luminosi si piegano in un sorriso furbetto che invitano ad andare al cinema. Così al secondo spettacolo ci imbuchiamo a vedere “la promessa dell’assassino” di David Cronenberg. Un film molto molto bello. Ci è piaciuto e lo stile asciutto, apparentemente analitico mette in scena la violenza dei rapporti nel mondo criminale fino a sfiorare, inquietando, la vita e la storia di persone comuni come lo è per l’infermiera protagonista. L’imponente semplicità dei meccanismi narrativi che non vengono sottolineati e che però si fanno capire (confesso che Eva K. appassionata lettrice di Diabolik ha saputo spiegarmi alcuni incastri sotto testo) colpiscono per la capacità di raccontare un ambiente spietato come quello della mafia russa. La lotta animalesca e primitiva nel bagno turco è da antologia. Un film che di natalizio ha solo l’ambientazione e che vale la pena di vedere. Senza bambini al seguito. Mereghetti docet (da un articolo come inviato al Festival di Torino dove il film era stato presentato).

 

Paolo Mereghetti da Il Corriere della Sera, 2 dicembre 2007

Il film di chiusura è di uno dei registi meno amati in assoluto da Moretti, David Cronenberg. Ravvedimento estetico o concessione mediatica? Un pò tutti e due: l’ attesa del pubblico per Eastern Promises (che in Italia uscirà tra due settimane col titolo La promessa dell’ assassino) ha costretto gli organizzatori ha dedicargli due proiezioni supplementari e la qualità di questo noir è decisamente molto alta. Ambientato a Londra, il film mette a confronto un’ infermiera ostetrica (Naomi Watts) con il mondo della mafia russa: assistendo una partoriente minorenne, che muore dando alla luce una bambina, Anna entra in possesso del diario della giovane. Ma è in russo e per farselo tradurre chiede aiuto al gestore di un ristorante (Armin Mueller-Stahl) che scoprirà troppo tardi essere coinvolto nelle disavventure della ragazza. Così come si renderà conto che il ristorante è la facciata di un’ organizzazione mafiosa dove sono coinvolti anche il figlio del gestore (Vincent Cassel) e l’ autista (Viggo Mortensen). Compatto e tesissimo, con una serie di colpi di scena, il film, scritto da Steve Knight, rispetta le regole del film di genere, con la paura per il destino degli «innocenti indifesi» (oltre ad Anna, la madre e lo zio ubriacone, interpretati da Sinéad Cusack e dal regista Jerzy Skolimowski), l’ inevitabile confronto/scontro tra i due «figli» del boss – quello vero, un debosciato, e quello desiderato, di cui Mortensen dà un’ interpretazione indimenticabile – e una lunga lotta all’ interno di una sauna, dove la violenza si spreca. Ma la logica di mercato che sta spingendo molti autori ad accettare un ritorno al cinema di genere per poter contare su budget e star di primo piano, non impedisce a Cronenberg di lasciare ben evidente la sua firma. La più evidente è quella di «leggere» sul corpo delle persone i segni del dramma: ieri quelli di un orrore che deformava le persone (Rabid, Brood, Videodrome, La mosca) oggi i tatuaggi che «raccontano» la vita dei membri della mafia Vory v zakone (letteralmente: ladri nella legge). Così, più che il sangue che sgorga copioso, è proprio questo «destino inciso nella pelle» a segnare il film, con il suo marchio di sopraffazione che solo la morte (o il tradimento) potranno forse modificare.

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