
Per riprenderci dal viaggio e prima della tosta influenza che ha preso E. Kant alias woodstock (capiterà ogni tanto di chiamarla così) il cinema ha occupato qualche serata. Lunedì la nostra se ne è andata a vedere con alcune sue amiche Paranoid Park che sembra molto bello e che E. Kant conferma. La sera di martedì dopo aver consumato una cena molto frugale a base di cibi lessi, siamo andati in un piccolo cinema sotto casa a vederci “Lascia Perdere Johnny”. Un piccolo film che rincorrevo da qualche settimana e che appartiene a quel genere che coltivo come passione: certi piccoli film, un gruppo di attori che preferisco, una storia laterale e quasi ai margini: quasi inattuale. Comunque il film è veramente bello bello bello. E per tutti i miei amici e amiche consiglio di non perderlo. Si ride, ci si immalinconisce e si guarda a quegli anni che per noi hanno voluto dire tanto, per gli affetti e le malinconie che ci avvolgono. Quindi una piccola storia di provincia, con attori perfetti (grandi secondo me sono Lina Sastri, Peppe Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Ernesto Mathieux, Valeria Golino, Toni Servillo. in pratica tutti). Se poi siete appassionati, anche solo in modo moderato, della musica degli Avion Travel qui troverete molti loro tratti biografici dei loro inizi casertani nonché la colonna sonora eseguita dal bravo chitarrista. Il titolo del post è la battuta geniale e perfetta che Toni Servillo pronuncia ad un certo punto del film e che la mia adorata ripete come un ritornello per commentare gli intoppi e il surplus di accadimenti più o meno lieti.
Di seguito lo spot che rende bene lo spirito del film e la (solita) recensione dell’amato Mereghetti.
LASCIA PERDERE JOHNNY
recensione di Paolo Mereghetti
Le ragioni che spingono un attore a passare dietro la macchina da presa per fare il regista possono essere dettate dall’ ambizione (controllare il processo creativo e non essere controllato) o più spesso da una forma tutta particolare di «egoismo artistico» (nessuno sarebbe capace di dirigersi meglio di se stesso). Ma quella che ha convinto Bentivoglio a misurarsi con la regia di un lungometraggio sembra un’ altra ragione ancora: l’ incontro con una storia che finisce per assumere una valenza più profonda, capace di illuminare le scelte «fondanti» della propria esistenza. Nel caso specifico, il fascino della professione musicale, il rapporto con i maestri (di vita e di arte) e la voglia di farsi guidare dalla passione e non dal calcolo. Ambientato nella seconda metà degli anni Settanta, Lascia perdere, Johnny! affida al diciottenne Faustino Ciaramella (l’ esordiente Antimo Merolillo) «figlio unico di madre vedova» (che poi è Lina Sastri) il compito di raccontare quei tre temi. Chitarrista in una piccola orchestrina del Casertano, ingenuamente fiducioso sia nell’ onestà dell’ impresario (Ernesto Mahieux), sempre in procinto di fargli il contratto che gli permetterebbe di evitare il servizio militare, sia nella sincerità del bidello/direttore d’ orchestra (Toni Servillo), troppo schiavo del bicchiere per non fare una brutta fine, Faustino incarna quella passione senza dubbi che solo la spesso è in grado di innescare e che lo porta ad accettare soprusi e delusioni. Almeno fino al giorno in cui arriva a Caserta da Milano Augusto Riverberi (Fabrizio Bentivoglio), maestro sul viale del tramonto finito non si capisce bene come nella rete dell’ impresario locale. Così, un pò per merito delle forme della parrucchiera Annamaria (Valeria Golino), molto di più per il fascino e la cucina della madre di Faustino, anche il «celebre maestro Riverberi» finisce per accettare di esibirsi in improbabili concerti locali, dove un cantante miope e pelato (Peppe Servillo) diventa un crooner alla moda e Faustino – soprannominato Johnny dal maestro – passa da addetto alle amplificazioni a esibirsi in scena, finalmente con la sua chitarra. All’ origine di questa parte del film ci sono i racconti a volte folcloristici a volte favolistici sulle origini professionali degli Avion Travel, di cui Peppe Servillo è uno dei leader e con cui Bentivoglio è stato anche in tournée (con La guerra vista dalla luna) e ha inciso due dischi. Filtrati attraverso la sceneggiatura di Umberto Contarello, Filippo Gravino, Guido Iuculiano e Valia Santella (oltre che dello stesso Bentivoglio), quelle disavventure raccontano – con un tocco tra il divertito e il malinconico – la vita grama dei musicisti di provincia, chiamati a suonare nelle feste di paese o a fare da involontario «supporto» all’ esibizione del raccomandato di turno (nel film, il nipote ballerino del boss di una televisione locale: una scena impagabile). Si fermasse qui, fino all’ inevitabile sparizione del produttore con la cassa (un momento obbligato nella mitologia, e nella realtà, degli artisti di provincia), il film sarebbe il ritratto partecipe e convincente di un fallimento perseguito con tenacia, traguardo quasi obbligato di una vita guidata dalla passione musicale tanto quanto dalla fiducia mal riposta nell’ onestà delle persone. Ma la promessa fatta da Riverberi di chiamare Faustino a Milano per aprirgli le porte della vera musica, portando lo speranzoso giovane tra le nebbie del Nord, cambia tono e atmosfere al film. E innesca un’ ultima struggente variazione sul tema del rapporto con i maestri (di vita o di musica fa poca differenza): quanto ben riposto, lo scoprirà lo spettatore. A questo punto il film prende una strada più intimista, quasi fantastica, stemperando le trovate umoristiche (bella la confusione sul Duomo che Faustino deve raggiungere) in un’ atmosfera trasognata e irreale, che fa venire in mente film d’ altri tempi (il Lattuada del Cappotto, il Fellini dei Vitelloni e Luci del varietà che firmarono insieme) offrendo la misura delle ambizioni ma anche delle possibilità registiche di Bentivoglio. Che riesce a chiudere il film senza uccidere il mito della passione musicale ma anche senza edulcorare il senso di una sconfitta che è esistenziale ben più che professionale.
Da Il Corriere della Sera, 30 novembre 2007




19 Dicembre 2007 alle 12:16 pm |
ma come un blog di eva kant e io non ne sapevo nulla!!?^???
20 Dicembre 2007 alle 3:08 pm |
Ciao Clark Kent. Come butta? Bè ora lo sai. Comunque Benvenuto tra noi.
E ho visitato il tuo blog che mi sembra molto interessante. A presto. E abbracci