acquisti democratici o equosolidali?

Quando ero bambino andare in montagna non era facile. Io ci andavo in giornata quando l’oratorio che frequentavo organizzava le domeniche in pullman. In quegli anni vedevamo diffondersi le salopette lucide e le giacche a vento ed erano molto, molto costose.

In genere si ritornava fradici perché la qualità dell’abbigliamento non era eccezionale.

Quando ero bambino la differenza tra una famiglia di impiegati e una di operai si vedeva e l’esperienza a volte era anche quotidiana: a scuola, nelle altre case, in giro. Le differenze erano evidenti, ma un generico interclassismo salvava la faccia e ci si sentiva tutti più semplici e quasi bonari. I mobili quando costavano poco erano molto brutti: le cucine erano in formica, oppure divani in finta pelle rattristavano intere sale insieme a lampadari con molti pendenti, per non dire delle credenze o dei buffet. Insomma negli anni ‘70 le differenze tra una famiglia di impiegati o di operai non erano poche: la seconda macchina, la famigerata “settimana bianca”, il ristorante al posto della trattoria e frequentazioni comuni assai rare.

Questa premessa mi era necessaria per introdurre il mio personale piccolo “elogio democratico” di tre realtà che hanno contribuito a migliorare la nostra vita. A dispetto di tutti i radical-etno-agro-artist-snob-chic. Sto parlando di Coop, Ikea e Decathlon.

Siamo tra quelli che in questi tre posti ci vanno con una certa regolarità: quando serve e senza strafare. Soprattutto pensiamo che non siano così negativi e “omologanti” come sostengono i “di-cui-sopra” di sinistra. Il fatto che si riesca a comprare a prezzi accettabili l’acquisto di cose gradevoli, magari di qualità soddisfacente credo sia positivo.

Ad esempio siamo riusciti ad arredare la nostra casa in modo accogliente e carino, in una parola elegante: dignitosa. Già. Soprattutto se all’inizio della tua vita indipendente non possiedi nulla e soprattutto se pensi che non sia obbligatorio riempirti di stracci batik al muro, mangiare pasta scotta e scatolame, e vestirti in modo rimediato tanto per essere “freak”, cioè alla moda.

Si sarà intuito che la mia è una difesa della cosiddetta “persona comune” contro la derisione, la critica, il risolino, la sufficienza con cui tanti di sinistra guardano a queste realtà molto comuni, ma non tristi come si vuol far credere.

L’armamentario dei compagni “caviale & champagne” è il solito: la globalizzazione che omologa gusti e colonizza paesi; strutture devastanti per l’ambiente; lo sfruttamento della manodopera del terzo mondo; scarsa attenzione ai diritti dei lavoratori. In genere sono molto attento a cosa consumo e quindi pur dannandomi nella ricerca di soprusi, prepotenze, violenze, sfruttamenti ecc. ecc. nessuna delle tre realtà ha niente di particolare o sognificativo. Solo Ikea ha una controversia riguardo la lavorazione dei tappeti (vabbè: non compreremo i tappeti, ma il resto?). Altrimenti trattasi delle solite opposizioni di cosiddetti “compagni” contro i centri commerciali, la grossa distribuzione, l’impatto ambientale. Cose di cui tenere conto per carità, ma in due zone di Firenze (una in periferia e in un’altra al posto di un “centro sociale”) al referendum promosso gli abitanti in larghissima maggioranza votarono a favore delle due Coop. Figurati che cosa gli fregava di avere un centro sociale, abbandonato e sporco per 2/3 della giornata e figurati in periferia cosa avrebbero preferito tra un servizio e il nulla.

Invece è evidente il fastidio per un sistema fatto di qualità e accessibilità che ai gruppuscoli militanti risulta sconosciuto e che farebbero bene a invidiare e poi praticare vista la confusione, il pressappochismo e il disprezzo con cui agiscono. Forse per chi non deve organizzarsi la vita con una certa misura di fatica e sacrificio potrà sembrare superfluo e di poco conto il fatto che per sostenere una spesa importante, poter acquistare a rate se vuoi arrivare alla fine del mese non è disdicevole; che poter noleggiare furgoni se non possiedi una macchina è un’ottimo servizio; che farsi montare i mobili se ad esempio sei una persona sola oppure disabile oppure anziana è comodo; che avere a disposizione soluzioni pratiche se i tuoi spazi sono stretti aiuta ad essere autonomi. Questo per Ikea. Ma potrei proseguire con le varie attenzioni che anche Coop e Decathlon riservano ai loro clienti. Volete avere la sicurezza dei prodotti alimentari o (perché no?) comprarsi qualcosa di sfizioso senza spendere un patrimonio? Meglio della Coop non c’è (mi dispiace per il patron di Esselunga che si lamenta e piagnucola una inesistente e poco documentata concorrenza sleale come afferma nel libro “Falce e Carrello“, ma preferisco essere considerato un consumatore piuttosto che un imbecille che acquistando fragole pensa di servirsi del distributore della panna posto sopra di esse -come abbiamo verificato una volta in un’ Esselunga).

Allo stesso modo posso permettermi una discreta attrezzatura da montagna, camminata, per bicicletta e da viaggio, (tre nostre) passioni da Decathlon. Senza dover spendere una fortuna.

Quali alternative si propongono?

Con un livello di saccenza e superiorità mascherata da comprensione e impegno i “compagnucci” impegnati a salvare il pianeta da queste odiose catene commerciali propongono (ahò, si danno da fare, mica criticano e basta) nell’ordine: negozietti di gastronomie “locali” il che garantirebbe la genuinità del prodotto -ma consiglio di buttare l’occhio ai prezzi che non sono molto “genuini” e certamente molto “caricati”; negozietti equi e solidali, a patto che impariate e nutrirvi di sola cioccolata, sesamo, arachidi, non rimane che il “low cost” degli hard-discount, ma gli effetti non tardano a farsi sentire sulla salute. Questo per il cibo, per il vestire invece se non vuoi finanziare il sanguinario Decathlon perché produce in Cina e in Vietnam potrete sempre rivolgervi ai mercatini dell’usato che in ambienti terzomondisti sono molto in voga, salvo che poi vanno a riempire le terze o quarte case al mare o in montagna dei suddetti acquirenti. E se hai una famiglia numerosa puoi sempre rivolgerti alle bancarelle del mercato che fa tanto popolare e i marmocchi assomigliano a quelle foto di mocciosi spettinati e poveri che piacciono tanto per la tenerezza che ispirano. Se poi i capi così acquistati ugualmente vengono prodotti in regime di sfruttamento, ma meno controllabile almeno non avrai acquistato dalle odiose “catene commerciali”; non trascurate la terza possibilità che è quella di travestirsi tipo a carnevale con treccine, maglioni bucati, giacchetti con pezze gioiosamente sgargianti e malcucite. Aggiungo che i “nostri” dimenticano disinvoltamente la fatica che molti di noi, quasi tutti, fanno per organizzarsi la vita, renderla meno faticosa, più tollerabile; la pazienza di migliorare e la tenacia per non perdere quello che si ha.

Si critica o si propongono soluzioni che non tengono conto delle esigenze di ciascuno, ma solo quelle dei propri sogni. La cosa curiosa è che questi sogni e pretese vengono coltivati da insegnanti, liberi professionisti, mezzi intellettuali, dipendenti statali. Tutta gente che vede e gira il mondo con lo spirito di chi visita uno giardino zoologico o partecipa ad un safari. Pronti a sostenere le cause più disparate purchè lontane. Pronta a giustificare la seconda macchina e lo scooter per esigenze familiari “ma ne farei volentieri a meno”.

Tutti questi ironici e intelligenti critici dovrebbero illustrare poi le soluzioni una volta boicottati (mmh, come gli piace questo termine) questi tremendi affamatori. E magari dovrebbero avere anche il coraggio morale di spiegare che un mondo così proposto prevede una disuguaglianza che non dicono con altrettanta forza: meno persone potranno comprare ad un prezzo più alto la stessa varietà di oggi. Gli alternativi/radicali/oppositori nel mentre che scelgono se rifiutare o accettare il benessere e i suoi vantaggi, coltivano l’amore pasoliniano per i poveri; un amore così intenso che senza confessarlo vorrebbero vedere tanti poveri in modo da poterne elogiare la dignità, la cultura profonda e sapiente, la fatica e magari raccontarne l’epopea tragica di una classe di oppressi.

Nel sostenere tutto ciò sono molto tranquillo anche perché ho preso l’abitudine di fare una semplice domanda a militanti, volontari, compagni: “patente, libretto e 730″ visto che in genere questa schiatta non è messa così male come vuole far credere con l’aspetto sciatto-chic. Ancor più tranquillo del fatto che accanto a questi tre “luoghi” di acquisto, il nostro piccolo nucleo famigliare ha deciso di non inquinare rinunciando alla macchina e adoperando la sola bicicletta; che abitualmente l’equo e solidale fa parte del nostro carrello di spesa; che compriamo prodotti freschi e di stagione, e quasi sempre di produttori locali (per accorciare la filiera e la distribuzione, quindi l’inquinamento); che non compriamo ogm, surgelati, sughi pronti, accessori inutili; che le cose fresche vengono comprate al mercato; che spesso il pane (e presto anche il formaggio) ce lo facciamo in casa; che dedichiamo molto tempo a noi stessi; che viaggiamo in treno; che non abbiamo la televisione dove mangiamo; che beviamo l’acqua del rubinetto; cheteniamo al risparmio energetico; che non buttiamo niente e che attraverso una elegante sobrietà cerca di godersela comunque, scegliamo l’acquisto democratico a quello elitario.

Non odiamo la ricchezza, ma la povertà: volendone meno.

11 Risposte a “acquisti democratici o equosolidali?”

  1. edda gaber Dice:

    Bella argomentazione.
    Non frequento radical chic, però mi capita di comprare alle bancarelle. Cominciai negli anni ‘70, al mercato dell’usato di Latina. Mi ricordo che ci si svegliava alle cinque, per essere lì presto. Andavamo per farci il guardaroba, funzionava. Un’impermeabile acquistato a 4000 lire mi è durato più di vent’anni. Ora compro bene all’Oviesse, hanno dei buoni tessuti.
    Per l’alimentare sono equo-solidale nel senso che mi rifornisco dall’Ipercarni e da un bengalese di un emporio qui vicino
    Per qui s’intende il Quadraro a Roma, quartiere storico della città, “spina nel fianco del nazifascismo”. Oggi vi convivono pacificamente romani veraci e immigrati.
    Poche vie per una tipologia edilizia di “casette” indipendenti e con giardino. Non poco visto i palazzoni a dieci piani della vicina Tuscolana.
    Vicino è anche un IN’S ma con il discount non riesco a familiarizzare (e poi mi sembra di aver sentito che i padroni trattano male i dipendenti) .
    Il quartiere è disseminato di casalinghi e droghieri, c’è anche un corniciaio, e falegnami. C’è anche la santa Conad.
    Tutti luoghi alla portata degli immigrati, dagli ucraini ai marocchini.
    Naturalmente l’Ikea impera nella mia casa-francobollo di 21 metriquadri. Uno splendido armadio ad ante a specchio raddoppia l’ambiente, un divanoletto comodissimo, uno scrittoio, sei sedie,
    un tavolo, e una parete-cucina. Per non dire delle librerie e l’arredo del bagno, pentole, piatti, posate e tutto il resto.
    Non ho ancora provveduto all’arredo del giardino, ma come ho due lire provvedo, all’Ikea s’intende.

  2. ubik Dice:

    S’intende. Fortunata tu che nel quartiere resistono negozi vari e complimenti per come hai arredato tutti quei mq.
    Da noi il quartiere è molto cambiato e anche se mi dispiace dirlo le comunità immigrate hanno monopolizzato alcuni settori: gli albanesi gestiscono alimentari a prezzi improbabili (cioè molto cari); gli indiani una serie di rivendite di acqua, vino e liquori, i somali gli internet point. I sudamericani spacciano al bar dell’angolo. Pensavo di fare un post sull’argomento.

  3. Stregazelda Dice:

    Ikea impera anche nella mia casa di 70 mq, nella quale viviamo in tre insieme agli oggetti di una vita, e per fare la spesa vado ad una coop che dista una ventina di minuti in auto, oppure faccio la spesa via internet sul sito della coop…Anche noi nel nostro piccolo diamo un contributo, usiamo la macchina il meno possibile, compriamo frutta e verdura di stagione possibilmente al mercato, acquistiamo prodotti eco-sostenibili, limitiamo i nostri consumi, guardiamo sporadicamente la televisione e soprattutto mai mentre mangiamo, beviamo l’acqua del rubinetto, ricicliamo la carta, il vetro e l’alluminio, evitiamo gli sprechi, insegnamo a nostra figlia a non lasciare nulla nel piatto non perché si deve abbuffare ma perché deve mangiare il giusto senza sprecare…E tutto questo lo facciamo non perché siamo poveri, per fortuna, e nemmeno perché siamo tristi, ma perché ci sembra giusto fare così per dare un pò tutti una mano a questo mondo.

  4. ubik Dice:

    Sottoscrivo al 100% quello che scrivi. Non si è tristi. E poi mi piacciono molto le persone che si sforzano di non banalizzare e di non rendere squallida la propria vita. Ma mi piacciono tutte quelle persone che s’ingegnano e mettono al centro le relazioni e gli affetti per gli umani e gli animali.

  5. Roberto Dice:

    Vado all’Ikea, spesso per “rubare” idee e qualche volta per comprare (ci ho arredato soprattutto la camera dei ragazzi).

    Non vado alla coop perché non ce ne è una nel raggio di chilometri vicino a casa mia.

    Decathlon non lo conosco.

    Compro equo e solidale, soprattutto cioccolata e caffè.

    Non vado da Mc Donald perché solo la puzza mi tiene lontano.

    Condivido anch’io lo stile di vita di Stregazelda.

    Ma allora chi sono? Un destrorso o sinistrorso?

  6. Stregazelda Dice:

    Roberto,
    non era affatto un test per provarsi di destra o di sinistra, e non credo fosse nelle intenzioni di ubik quando ha scritto il post…

  7. ubik Dice:

    @Stregazelda:
    infatti non era un test, mi sembrava però importante ribadire nel mezzo di uno sfogo personale e idiosincrasiaco che il buon senso sta diventando merce rara e mi sconforta che alla lunga abitudini maggioritarie schiaccino buone maniere e abitudini sane e gentili.
    @Roberto:
    ti consiglio di fare un salto a Decathlon, troverai tante cose utili e poco costose per i tuoi bimbetti (tute, scarpe da ginnastica, felpe, giacchetti, etc. etc.). Sono convinto, per come ti conosco, che se ci metti piede te ne innamori e non ne potrai fare a meno.

    Saluti

  8. Eva Kant Dice:

    @ Roberto
    Ciao, Ubik ed io abbiamo il guardaroba da Decathlon per la montagna (quindi penso che troverai molte cose per la vostra famiglia) e per il campeggio, fidati di me, ci sono vestiti e accessori molto carini, di buona qualità e a buon prezzo (non ci sono i bermudoni alla Fantozzi) e poi Ubik è cambiato da quando vendeva le magliette batik a Porta Portese…!
    Un abbraccio a tutti

  9. ubik Dice:

    Per fortuna non ero l’unico a voler tentare la strada fricchettona. Sono state le “cattive amicizie”. E comunque ha ragione Eva Kant su Decathlon.

    @ Eva Kant: a dopo e buona giornata

  10. Roberto Dice:

    La mia era solo una provocazione alla frase “L’armamentario dei compagni “caviale & champagne” “.
    P.S.
    Magliette batik a Porta Portese? e quando? Questa non la sapevo. Se ci andava adesso rischiava parecchio, sono un po’ di mesi che, finalmente, hanno fatto un bel po’ di pulizia di banchi abusivi (magari gli portavo un po’ di cioccolata equo solidale al “gabbio” :D )

  11. ubik Dice:

    Quanto mi manca Porta Portese. Quando scendo a Roma vorrei andarci sotto la tua sapiente guida (dvd cercasi e robetta varia). Per le magliette batik…ti ricordi del Forte Prenestino?

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