Una delle cose più belle di questa stagione è andare al cinema che in questo periodo iniziano ad essere vuoti. Quando il caldo e soprattutto l’afa si fanno sentire non c’è di meglio che rifugiarsi al fresco e al buio di una sala, magari per rivedere un film che ci era particolarmente piaciuto oppure per ripescarne uno che avevamo perso durante l’inverno. Gli orari preferiti, quando ce lo possiamo permettere, rimangono quelli pomeridiani del primo e secondo spettacolo.
Dal ViviMilano del 23 maggio una piccola guida ‘cattiva’ ai film recenti. I due critici che redigono le schede sono Filippo Mazzarella e Alberto Pezzotta; non sempre sono d’accordo, ma i giudizi molte volte sono gustosi e stimolano i propri giudizi. Quest’anno ci sono piaciuti molto “Centochiodi” e “Le Vite Degli Altri”: due capolavori sui quali tornerò…
vedremo
Breach – L’infiltrato di Billy Ray. Con Chris Cooper, Ryan Phillippe. (110 min.)
Per anni nessuno ha scoperto che il dirigente dell’Fbi Philip Hanssen, cattolico e integerrimo, era una spia. Contrappasso: ora lui non sa che il suo giovane segretario ha il compito di incastrarlo. Il duello psicologico è giocato con bella suspense, invadendo gli spazi degli affetti e della religione. La suspense è classica, e non priva di virtuosismi di sceneggiatura. E Cooper è inquietante, anche se si vorrebbe sapere qualcosa di più sul suo personaggio. La storia è avvenuta davvero, prima dell’11 settembre. (a.p.)
L’estate di mio fratello di Pietro Reggiani. Con Davide Veronese. (85 min.) Un piccolo film che ha raccolto premi in molti festival. Nella campagna veronese anni Settanta, il solitario Sergio, dieci anni, è turbato quando i genitori gli annunciano che potrebbe arrivare un fratellino. Nella sua immaginazione diventerà un compagno di giochi inseparabile. Con freschezza e semplicità disarmante, l’esordiente Reggiani sa raccontare la fantasia di una stagione troppo breve, dove si mescolano giocosità e presentimento del dolore della vita adulta. Fuori da ogni moda, merita attenzione. (a.p.)
Frank Gehry – Creatore di sogni di Sydney Pollack. (82 min.)
Al suo primo documentario, il regista di «Come eravamo» ritrae l’architettto del Guggenheim di Bilbao. Scultore cubista prestato all’architettura? Creatore di oggetti affascinanti ma poco funzionali? Polemiche a parte, cerca di capire il metodo e la persona. Gehry è un nevrotico: ma è affascinante vedere come si ispira a forme casuali (un bicchiere di plastica accartocciato), come saccheggia e ribalta la storia dell’arte occidentale, come utilizza materiali poveri. (a.p.)
Still Life di Jia Zhangke. Con Zhao Tao. (108 min.)
In una città millenaria in attesa di essere sommersa dalla diga costruita sul fiume Yangtze, un minatore e un’infermiera cercano le persone che un tempo amavano. Il quinto film di Jia intreccia due storie semplici ed emozionanti, e sa trasformare una metafora (macerie materiali e vuoto interiore) in una visione di rara potenza: dove la realtà riacquista il suo peso, prima di venire distrutta o sostituita da qualche spiazzante effetto speciale digitale. Sorprendente Leone d’oro a Venezia: ma che errore grossolano doppiarlo. (a.p.)
La vie en rose di Olivier Dahan. Con Marion Cotillard, Emmanuelle Seigner. (140 min.)
All’insegna del motto «Non rimpiango nulla», la vita della cantante Edith Piaf, dall’infanzia disagiata al declino fisico precoce. Cinebiografia tradizionale nei contenuti, ma con tanti flashback e flussi di racconto paralleli: che il giovane regista (in precedenza una mina vagante), va detto, organizza con sicurezza. Interpretazioni da manuale, bella musica, lacrime, tanta grandeur francese e una ventina di minuti di troppo: molto meglio, in ogni caso, di analoghi prodotti hollywoodiani. (a.p.)
abbiamo visto
Centochiodi di Ermanno Olmi. Con Raz Degan. (92 min.)
Il Gesù del XXI secolo massacra i libri (che valgono meno di «un caffè con un amico») e va a vivere in riva al Po: un po’ è talebano, un po’ è godereccio; fa miracoli col Bancomat e accusa le religioni. Nel cinema italiano solo i vecchi osano: Olmi vuole dire tante cose, e forza i limiti di quello che si aspetta da lui, tra installazioni d’arte contemporanea e vecchiacci che parlano solo della «gnocca». Molti sono rimasti incantati e commossi; ma è lecito anche rimanere scettici per quanto di programmatico vi è nella parabola. (a.p.)
Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti. Con Riccardo Scamarcio. (103 min.)
Quasi una «meglio gioventù» a Latina negli anni ‘60. Accio prima va in seminario e poi diventa fascio, Manrico (Scamarcio) invece fa la rivoluzione. Con rapide sequenze e la macchina da presa incollata alle facce, Luchetti racconta la storia con ironia e un bel ritmo. Gli attori convincono. Sopra la media nostrana: ma poteva essere ancora meglio se il regista avesse insistito nella commedia fino in fondo. Invece il finale, con terrorismo e lacrime, è uno scivolone. (a.p.)
Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnesmarck. Con Ulrich Muhe. (138 min.)
Berlino Est, 1984: un commediografo e un’attrice vengono spiati su richiesta di un ministro infatuato della donna. E a contatto con il privato dell’artista, il capitano della Stasi che dirige le operazioni entra in crisi. Personale e ideologica. Meritato Oscar come miglior film straniero, un dramma «politico» in cui la ricostruzione senza manicheismi del clima kafkiano e opprimente di un’inedita Germania dell’Est ancora in clima di Guerra fredda spiazza lo spettatore con armi paradossalmente desuete: quelle del cinema puro. Attori strepitosi, sceneggiatura elaborata che oscilla fra denuncia, thriller e intimismo toccante, ritmo che inchioda, finale magnifico. Non perdetelo. (f.m.)
eviteremo
Io, l’altro di Mohsen Melliti. Con Raoul Bova, Giovanni Martorana. (82 min.)
Sulla barca con cui dovrebbe finalmente mettersi in proprio, il pescatore siciliano Giuseppe apprende dalla radio che il suo miglior amico e sodale Youssef, esule tunisino, potrebbe essere un terrorista ricercato in tutto il mondo. Thriller esistenziale e isolazionista, tutto in mare aperto: tensione, paura, sospetto, diffidenza, solidarietà, tragedia. La metafora del mondo post-11/9 è chiara, le intenzioni ottime. Ma la tautologia è in agguato sin dal titolo. Credibile Bova, bravissimo Martorana. (f.m.)
Prey – La caccia è aperta di Darrell J. Roodt. Con Bridget Moynahan, Peter Weller. (92 min.)
Due fratellini e l’odiata amante del loro papà, persi nella savana ma chiusi in una jeep, assediati da leoni famelici. Chi li salverà? Della serie thriller con bestie, dalle parti del peggio assoluto. Tra momenti esilaranti non previsti dal copione e squarci documentari stile «Quark», la suspense va a a farsi benedire da subito. E c’è pure la rappacificazione con la (futura) giovane matrigna, che quasi si sacrifica in nome dell’amore. Spaventoso, ma non in quel senso. (f.m.)
Le colline hanno gli occhi 2 di Martin Weisz. Con Michael McMillian (89 min.) VM14
I mostri cannibali (colpa dei test atomici) del deserto messicano stavolta massacrano una variegata unità di soldati. Si salvano (forse) solo le donne e un antimilitarista. L’innesto con mire satirico/politiche del cinema guerresco e l’ambientazione in cupi tunnel di miniera (il regista ha visto «The Descent», che bravo) non salva dall’inevitabile tedio: la violenza è efferata, ma la mattanza è meccanica, tutta telefonata. E gli svacchi nel ridicolo non si contano. (f.m.)
Cronaca di una fuga – Buenos Aires 1977 di Adrian Caetano. Con Rodrigo De La Serna. (103 min.) In più di un mese di prigionia e torture, ai segregati argentini protagonisti non cresce neanche un filo di barba; è la misura dell’estetica da fiction per tv via cavo con cui si sfrutta a fini spettacolari una tragedia che per fortuna ha dato al cinema riflessioni più solide. Ciò detto, il film è odioso ma ben fatto: finge di far politica, epperò intrattiene. Un pò pochino, ma siamo già ai saldi di fine stagione. (f.m.)
Doppia ipotesi per un delitto di Wayne Beach. Con Ray Liotta, LL Cool J. (105 min.) La bella assistente del procuratore aspirante sindaco uccide per legittima difesa il suo stupratore. Davvero? Macché: c’è sotto un arzigogolo di sceneggiatura da dipanare in tempo notturno quasi reale. E prima che il gallo canti, tutti tradiranno tutti. Già il gialletto è loffio di suo: ma se sui flani me lo vendi come un epigono dei «Soliti sospetti», o illuminato distributore, che sorpresa posso aspettarmi alla fine? E infatti: nessuna. Il personaggio che sembra lì per caso è il custode del segreto. Di Pulcinella. (f.m.)
Le ferie di Licu di Vittorio Moroni. (93 min.) Una docu-fiction che segue un immigrato del Bangladesh, Moazzem Hossain Licu. Sposa una ragazza scelta dalla famiglia, torna a Roma, è gelosissimo e la chiude in casa. Il regista non giudica e cerca di analizzare le contraddizioni tra la voglia di integrazione e i retaggi culturali arcaici. Ma la sua videocamera è invadente, e a trasformare le persone in personaggi visti dall’alto. Il risultato non si può dire riuscito, e a volte è anche prolisso. (a.p.)
The Good Shepherd – L’ombra del potere di Robert De Niro. Con Matt Damon, Angelina Jolie. (167 min.) Dalla guerra alla crisi cubana del 1961, la storia di un uomo che vede nascere la Cia, rinuncia agli affetti e alla fine rimane a galla, malgrado delitti ed errori. Si dicono anche cose interessanti su ragion di Stato, senso di colpa e supremazia dell’America bianca: ma De Niro è un regista poco ispirato, prolisso quando dovrebbe essere ellittico e viceversa. Cerca di creare pathos, e conta su attori eccellenti, anche presi da «Syriana». Ma se il modello è quello, non ce la fa: e la confezione è polverosa. (a.p.)
Hotel 5 stelle di Christian Vincent. Con Isabelle Carré, José Garcia. (106 min.) Una sexy ereditiera si dà alla bella vita in un albergo di lusso e incappa in un delinquentello fascinoso di cui s’innamora a prima vista. Il titolo originale è «Quattro stelle»: da noi hanno aggiunto anche quella che gli spetta come giudizio critico. Commedia? Magari: è un accostamento casuale di sequenze inerti dove attori che abbiamo visto più a loro agio in ben altre occasioni faticano persino a dare un senso alle battute che pronunciano. E dire che un tempo la commedia francese media era un genere nobile. (f.m.)
Ho voglia di te di Luis Prieto. Con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti. (115 min.) A due anni da «3MSC», torna Step-Scamarcio con occhiaie da diva del muto e s’innamora di nuovo. Dopo un minuto, Iggy Pop («The Passenger») e «C’era una volta in America» («Cos’hai fatto in tutto questo tempo?»; «Sono andato a letto presto») sono già stuprati in nome del neofeuilleton ignorante per la gioia delle teenager sbavanti e ossequiose del defilippismo. Tra la pioggia di lucchetti a Ponte Milvio e il diluvio di soldi nelle casse di Pipolo jr e dei suoi scaltri sodali, del cinema c’è solo il formato: panoramico, sul nulla. (f.m.)
Notturno bus di Davide Marengo. Con Valerio Mastandrea, Giovanna Mezzogiorno. Un’autista d’autobus e una ladra sono coinvolti nella lotta tra killer cattivissimi per il possesso di un microchip. Comincia alla Tarantino, finisce a tarallucci e vino: il nuovo noir all’italiana sconta un’implausibilità di partenza. E tra colpi al cerchio e alla botte per accontentare tutti, perde di vista a quale pubblico rivolgersi. Il regista esordiente ha mestiere e tecnica; ma mette troppa carne (e troppa musica: che c’entra «La paranza»?) al fuoco, si piace troppo, e quando azzarda il mélo esagera. (a.p.)
Il piacere e l’amore di e con Nuri Bilge Ceylan. (101 min.) Un professore diviso tra due donne. Tre capitoli; il mare, Istanbul, l’est rurale della Turchia. Estate, autunno, inverno. Il regista di «Uzak» ha un talento prodigioso nel riprendere volti, corpi e luoghi, catturando la realtà che entra inaspettata (una vespa, la neve), e dipingendo con i suoni come un pittore farebbe con i colori. C’è anche una scena erotica di inaspettata durezza. Ma c’è qualcosa che non convince nell’itinerario di questo uomo mediocre. Forse è una storia sentita troppe volte. Uno di quei film dove le singole scene sono più belle del risultato. (a.p.)
Quattro minuti di Chris Kraus. Con Monica Bleibtreu, Hannah Kerzsprung. (112 min.) In un carcere, un’anziana insegnante di pianoforte (omosessuale con vari sensi di colpa) aiuta una detenuta di grande talento, che però è una presunta assassina, violenta e maleducata (d’altronde il padre la violentava da piccola). Piano a parlare di nuovo cinema tedesco dopo il bellissimo «Le vite degli altri»: qui siamo a metà strada tra Hollywood e le fiction TV, psicologie un tanto al chilo e una scusa per tutti. La suspense del concorso di piano è ben risolta dalla sceneggiatura. Ma sconforta la banalità dei flashback sul nazismo. (a.p.)
La sconosciuta di Giuseppe Tornatore. Con Ksenia Rappoport, Claudia Gerini. (118 min.)
A Trieste, un’ex prostituta ucraina fa di tutto per diventare la tata di una bambina. Ma il passato (sotto le spoglie di un Placido mai così ripugnante) la insegue. Ci lamentiamo di non avere film di genere italiani? Ecco un mélo-giallo-noir, con vittime e assassini (mendace la pubblicità), che trabocca di lacrime, colpi di scena e colpi bassi. Tornatore ha la mano greve e l’occhio torbido, non è un maestro di cinema, ma sa raccontare. Anche se non ha mai la distanza giusta nei confronti della sua eroina, strapazzata e assolta sempre nel momento sbagliato. (a.p.)
Spider-Man 3 di Sam Raimi. Con Tobey Maguire, Kirsten Dunst. (141 min.) Come se il bellissimo numero 2 non fosse mai esistito, l’uomo ragno nell’aliena tuta nera scopre il suo lato oscuro e combatte il figlio di Goblin, l’assassino dello zio trasformato in uomo sabbia e il fotografo-mostro rivale. Azione a velocità luce, humour da asilo, cattivoni ridicoli e drammi esistenziali da sitcom convivono stridendo in un copione saturo che accumula situazioni, personaggi, agnizioni e redenzioni senza logica né pathos. Una cagnara sconsiderata per lunghezza e inconsistenza, in grado di urtare i nervi anche ai fan più osservanti. (f.m.)
L’uomo dell’anno di Barry Levinson. Con Robin Williams, Christopher Walken, Laura Linney. (115 min.)
Un comico TV alla David Letterman diventa a sorpresa presidente degli Usa. Ma una programmatrice gli svela che è colpa (o merito?) di una falla nel nuovo sistema di votazione computerizzato. Accetterà comunque l’incarico? Le intenzioni satiriche sono chiare, e Williams è in forma. Ma commedia e politica schiamazzano da subito a corrente alternata, e quando la sceneggiatura si attorciglia in improbabili svolte sentimentali e thriller tutto si disfa. I fan del genere «grande film mancato» avranno comunque di che sfamarsi. (f.m.)
Le verità negate di Ann Turner. Con Susan Sarandon, Sam Neill. (102 min.) Uno di quei film che nel resto del mondo escono direttamente in dvd. La Sarandon è una madre con figlie che comincia a sentirsi perseguitata: realtà o paranoia? E chi è davvero la ragazza che le insidia il marito? Inizia come un thriller, sembra trasformarsi in un dramma di coppia tipo «Giochi da adulti», e finisce dalle parti di «Beautiful». Impagabili i titolisti italiani, che ammiccano a «Le verità nascoste» con Harrison Ford; in originale era l’altrettanto bugiardo «Irresistible». (a.p.)
Voce del verbo amare di Andrea Manni. Con Giorgio Pasotti, Stefania Rocca. (100 min.)
Crisi matrimoniale tra architetto e vivaista: l’armonia conseguente alla separazione è solo un paravento, ché in fondo in fondo la gelosia cova. Come va a finire? Esatto, così. Ma prima tocca subire una supersoap con copyright Maurizio Costanzo tra voglie di Muccino e D’Alatri e battute tipo «Quante patate hai mangiato per diventar così gnocca?». Il supplizio è un po’ alleviato dagli attori, e la più brava è Cecilia Dazzi. (f.m.)
La voltapagine di Denis Dercourt. Con Catherine Frot, Deborah François. (85 min.)
Una giovane gattamorta si insinua nella vita di una celebre pianista in crisi, le fa da voltapagine e intanto medita tremenda vendetta. Perché da piccola, per colpa di quell’altra, non riuscì a passare un esame. Un thriller classico dai vari risvolti, sociologici e morbosi; e fa il suo dovere di inquietare. Con moderazione: perché l’esecuzione è impeccabile ma un po’ freddina. Non ha la classe di un Chabrol dei bei tempi, ma neanche la presunzione di certi film francesi. (a.p.)
23 maggio 2007






